Trieste Film Festival incorona “La delegazione” di Alimani

TRIESTE. Un prigioniero politico costretto a deporre, in un'indagine sui diritti umani nell'Albania degli anni '90, proprio a favore di quel regime che l'ha incarcerato. Una vicenda beffarda che ben cattura lo spirito di quegli anni e che ha conquistato il pubblico del Trieste Film Festival: è “Delegacioni” (La Delegazione) di Bujar Alimani il miglior lungometraggio dell'edizione del trentennale, a trionfare tra le nove opere in concorso come il più votato dal pubblico.
I 5000 euro del Premio Trieste sono andati quindi al regista albanese Alimani, annunciati nella cerimonia di ieri sera al Rossetti dai direttori artistici Nicoletta Romeo e Fabrizio Grosoli e dalla presidente di Alpe Adria Cinema Monica Goti. Purtroppo già ripartito alla volta di New York dove vive, Alimani è stato invece presente a Trieste, anzi “3 este” come scrive lui, sia alla presentazione del film sabato scorso che a incontrare il pubblico al San Marco. “Delegacioni”, coproduzione tra Albania, Francia, Grecia e Kosovo, ha convinto anche la giuria dei giovani del Premio Pag: il regista, hanno motivato, «si muove fluido come l'acqua, elemento fortemente simbolico nella pellicola, nei meandri dei paradossi storico-politici rafforzati dallo studio del colore e delle luci».
«I film del concorso internazionale – sottolinea Nicoletta Romeo - hanno colpito profondamente il nostro pubblico. Quest'anno c'erano parecchi fili rossi: uno sicuramente quello della guerra, dei rimossi, del conflitto come elemento scatenante di responsabilità collettiva, di immaginario. Di come, cioè, la guerra continua, generazione dopo generazione, a influire sulle nostre scelte, sui nostri sensi di colpa e sulla vergogna che proviamo per gli errori dei nostri avi».
Ha un legame con Trieste il nuovo Premio Alpe Adria Cinema (2500 euro): miglior documentario tra gli 11 in concorso è risultato “Chris the Swiss” della svizzera Anja Kofmel, indagine dove la stessa regista cerca di far luce sul mistero che ancora oggi ammanta l'omicidio di suo cugino nella Croazia del '92: un'esperienza cruciale per la sua infanzia che Kofmel traduce nel linguaggio dell'animazione.
È stato a Trieste, a When East meets West 2013, che il produttore svizzero di “Chris the Swiss” ha trovato il partner croato, per un film che ha poi debuttato alla Semaine de la Critique a Cannes. Non è finita: per «l’equilibrio virtuoso tra racconto biografico e grande storia e lo stile originale e diretto con cui racconta la vicenda di un giovane reporter vittima della violenza» Kofmel ha conquistato anche il Premio Osservatorio Balcani e Caucaso.
Ancora donne registe in vetta: ungherese classe '90, la vincitrice della sezione corti è Hajni Kis, che si è aggiudicata il Premio Fondazione Osiride Brovedani alla miglior opera breve (2000 euro) con “Last Call”, ultimo giorno a Budapest di una 60enne che abbandona la città natia per una nuova vita all'estero. Martina Melilli, invece, tira la volata tra le opere indipendenti italiane in attesa di distribuzione: il Premio Corso Salani supported by Parovel (2000 euro) è andato al suo “My Home in Libia” per aver saputo «affrontare in maniera originale una storia vissuta nella realtà e nella memoria di chi è stato privato della sua libertà». Quanto alla sezione Art&Sound il canale SkyArteHD ha scelto di acquisire e diffondere l'ungherese “Ruben Brandt, Il collezionista” di Milorad Krstić.
Veniamo ai premi a singole personalità del cinema: l'Eastern Star Award 2019 è andato al macedone Milčo Mančevski, Leone d’oro nel 1994 con “Prima della pioggia” che il festival riproporrà stasera alle 20 al Teatro Miela, il Warrior-Cultural Resistance Award al direttore del Festival di Sarajevo Mirsad Purivatra; l'Ince infine ha assegnato il suo riconoscimento 2019 da 3.000 euro al serbo Želimir Žilnik. —
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