Trieste, la libreria di Umberto Saba festeggia il primo secolo di vita

Il 19 settembre di quest’anno è passato un secolo dall’apertura del negozio di via San Nicolò a Trieste. E nuove scoperte svelano lo stretto legame fra l’artista e il mondo dei libri antichi 

TRIESTE Accompagnato da Lina, Giotti, Bolaffio e sodali ieri sera, in via San Nicolò 30, Umberto Saba ha fatto ritorno nella sua libreria. Era contento nel rivedere la macchina da scrivere, i cataloghi con le belle legature, i suoi libri. Ha ringraziato Mario, il figlio del commesso-viaggiatore e libraio Carlo Cerne, che da più di trent’anni è il cantore-custode di questa libreria, dichiarata il 26 aprile 2012 quale “studio d’artista” d’interesse storico. Ma perché in questa fantasia Umberto è tornato in quello che chiamò “l’antro funesto”? Ma per ricordare che il 19 settembre di quest’anno la libreria compie cento anni tondi tondi e che occorre preparare con anticipo una bella festa (suggerisco, come primo atto, alle varie autorità locali di consegnare il sigillo del Comune di Trieste a Mario Cerne).

E dire che in quel settembre del primo Dopoguerra l’indolente Saba, poeta e mercante ebreo, come si definiva, acquistava con diffidenza dal socialista Giuseppe Mäylander quel maledetto foro commerciale pieno di libri con l’idea di buttarli in mare (solo il 1° agosto 1922 il Commissariato generale civile per la Venezia Giulia firma all’indirizzo del signor Umberto Polli una “concessione industriale relativa all’attivazione di una libreria al n. 30 di via S. Nicolò in Trieste”). Prima di questo lavoro, che Saba definì più importante del suo Canzoniere, il poeta fu commesso in una casa commerciale, fu comproprietario con il cognato Enrico di due negozi di materiale elettrico, fu direttore del Caffè Concerto dei fratelli triestini Cantoni, fu ideatore di réclame per il cinema. Ma di libri antichi, di pregio nemmeno l’ombra. Ma Saba mente e ci spiazza. Dal carteggio librario-economico con Aldo Fortuna, edito con maestria nel 2007 da Riccardo Cepach, emerge un Saba dotato di piglio energico, per nulla inesperto sia delle tendenze di mercato sia delle tecniche di vendita e di pubblicità; quindi già ben prima del 1919 Saba appare un libraio compiuto, definito, esperto che può permettersi di trattare alla pari con De Marinis e ottenere libri di pregio in conto vendita (come da una lettera ora alla Biblioteca Statale Isontina).

A Saba piaceva dare l’immagine romantica di un poeta, disperato per la mancanza di lavoro, che per caso s’imbatte in una libreria in vendita, l’acquista per rivenderla del tutto svuotata ma poi, vedendo tutti quei libri, si innamora e la rigenera non avendo mai professato quell’attività e poi del tutto a digiuno di nozioni di bibliografia e di bibliofilia. Ecco, ora quell’immagine, anche alla luce di studi fatti da Marco Menato e da chi scrive queste righe, viene del tutto cancellata. Dunque, Saba entra in libreria come un libraio mercatante. Sa essere inflessibile sia con i clienti normali ma anche con persone di rango: a Marino Parenti, bibliofilo, ideatore della Libreria “Amor di Libro” - e questa è una scoperta - indirizza varie lettere dove si lamenta della spedizione di opere scomplete, che la sua fortuna è di praticare prezzi non troppo alti e che non può fare sconti in quanto fissa già prezzi minimi. Prendere o lasciare!

Tra il 1919 e il 1923 non pubblica nessun catalogo (fino alla sua morte ne edita ben 148): sembra che la libreria dorma ma in realtà è tutto un fermento. Con Giotti, il suo alter ego, Saba ha una grande intuizione: invasato dal mito di Bodoni, pensa di far di se stesso un pezzo di antiquariato di pregio e pertanto si mette a fabbricare e commerciare libretti delle proprie poesie, con legatura bodoniana e remondiniana. A ciascun cliente un libretto, come “Cose leggere e vaganti” del 1920 da vendere a 35 lire. Si muove tra libri rari ed editoria di pregio con spregiudicatezza: la mente poetica ed economica è lui, mentre il commesso Carlo Cerne diventa il braccio armato, quello che acquista, che polemizza, che viaggia, che tratta con i clienti. Saba crea rapporti con i maggiori librai d’Italia, da Olschki a Gonnelli, ma anche Draghi di Padova e Paternolli di Gorizia. La libreria sarà la sua splendida macchina letteraria (e questo mai nessun studioso della sua poesia l’aveva dimostrato): dagli scaffali della sua libreria tira fuori le edizioni di Dante, Petrarca, di Heine, di Leopardi e li legge (dice di non avere una biblioteca privata perché ha già tutti i libri a sua disposizione).

A Giotti che aveva bisogno di dizionari dialettali stila un elenco ma gli dice chiaramente che li può vedere in libreria perché sono sempre pezzi da vendere. A Giacomo Debenedetti, in data 4 ottobre 1924, scrive: “nel mio negozio, e fra mille cure e tormenti, sono pur nate le mie poesie più belle”; il 5 aprile 1945 alle due Line confida che “Anche la libreria a Trieste (...) era, in qualche modo, legata alla mia poesia; ma la cosa era poi diventata autonoma; esisteva di per sé”. E infine, in un’altra del 28 novembre 1947 a Lina, dichiarerà in modo perentorio che “Non sono più libraio antiquario” (in altre ancora maledice la categoria dei librai, lui che fu uno dei primi soci dell’Alai). Ma fino alla fine la libreria sarà il suo chiodo fisso, tanto da sognarla con una morsa al cuore, confida a Nello Stock. Poi vi sarà il regno di Carlo fino al 1982 e da quella data la reggenza di Mario, che racconta la libreria e le sue storie. Eh, sì, una libreria che è una perfetta macchina di storie, aneddoti, di incontri. Genialmente e con cattiveria Bazlen l’aveva definita in una lettera alla Pittoni, un misto tra un ospedale per malati di nervi e un parnaso di genio. Un genio di cento anni. —
 

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