Lo slancio d’arte di Manlio Malabotta sprecato da Trieste

Quasi un secolo fa l’allora giovanissimo criticò organizzò la mostra d’Avanguardia con Sirono, de Chirico, Funi, de Pisis chiedendo spazi adeguati per il contemporaneo. Ma la città non rispose e finì per perdere anche la preziosa collezione, ora a Ferrara

Giulia Basso
Il ritratto di Manlio Malabotta eseguito da Adolfo Levier
Il ritratto di Manlio Malabotta eseguito da Adolfo Levier

Novantacinque anni fa, nella sala centrale di un padiglione che oggi a Trieste non esiste più, comparvero fianco a fianco Giorgio de Chirico, Mario Sironi, Achille Funi, Arturo Tosi, Alberto Salietti e Filippo de Pisis. Non un’antologica: tre settimane, tra fine giugno e luglio 1931, al Padiglione municipale del Giardino Pubblico.

Di quella mostra non è rimasta una fotografia, non esiste un catalogo. Chi cercasse traccia di quell’estate deve accontentarsi delle parole di chi la organizzò: Manlio Malabotta, ventiquattro anni, non ancora il collezionista che sarebbe diventato ma già un critico che scriveva sul «Popolo di Trieste» con la sicurezza di chi sa dove vuole arrivare. Fu un momento di grazia per l’arte a Trieste, ma restò tale: un’occasione che la città non seppe mettere a frutto sul lungo periodo.

L’impresa di un 24enne

Malabotta non partiva da zero. Poco più che ventenne collaborava già con testate come Emporium, Casabella, Il Selvaggio e L’Italiano, e conosceva l’opera di De Pisis da tempo, vista per la prima volta in casa dell’amico fiumano Enrico Fonda.

Dietro l’iniziativa c’era però la sezione triestina del Gruppo Universitario Fascista, che gestì l’esposizione con Malabotta alla presidenza del comitato esecutivo: fu quella struttura a rendere possibile il prestito di opere da collezioni private e gallerie di mezza Italia.

Anche l’organizzazione arrancò: i comunicati sul Piccolo tra il 7 e il 26 giugno testimoniano rinvii su rinvii dell’inaugurazione, forse la stessa ragione per cui non si fece in tempo a stampare un catalogo.

Si sblocca il “caso Malabotta” Opere in mostra al Revoltella

I pezzi forti

Nella sala centrale De Chirico compariva con un nudo e una natura morta: il nudo, scrisse Malabotta, era «l’opera più importante e più inquietante di tutta questa mostra».

Accanto, la potenza cupa di Sironi, un paesaggio descritto come un’apparizione terribile, capace di restituire l’interiorità opprimente della solitudine. Di segno opposto la serenità classica di Funi, con una Fanciulla alla toeletta e un Porto di Viareggio giudicato la prova migliore del suo neoclassicismo.

Tosi portava paesaggi lombardi dalla tavolozza ricca; Salietti una figura e un nudo, «La figlia del pescatore» e «Nudo con la rosa», quest'ultimo preferito da Malabotta per la libertà della composizione.

De Pisis esponeva una Natura morta marina, il pezzo più interessante per Malabotta per l’insolita fusione tra genere e paesaggio, e tre paesaggi urbani parigini fissati con tratti rapidi. Di nessuna di queste opere resta un’immagine dell’allestimento: sappiamo che furono appese in quella sala solo perché Malabotta le descrisse sul giornale.

Le altre opere

Le altre sale ospitavano un ventaglio ancora più ampio, dalle litografie di Maurice Utrillo alla Cinesina di Vittorio Bolaffio, dallo Scoglio incantato di Arturo Nathan fino a Leonor Fini e a Marcello Mascherini, unico scultore della rassegna. C’era anche l’unico dipinto inviato da Piero Marussig, un’opera diversa da quella di Funi ma con lo stesso titolo, «Fanciulla alla toeletta».

Il caso Marussig

Proprio Marussig meritava, secondo Malabotta, un discorso a parte: pittore triestino tra i fondatori del movimento Novecento, noto in Europa e ignorato a casa propria. Il critico – come ricorda Enrico Lucchese nel suo saggio “Alle origini della collezione Malabotta: Filippo de Pisis e la Mostra d'Arte d'Avanguardia di Trieste (estate 1931), atti di convegno” – lo accostò senza mezzi termini al destino di Svevo: «Ma il caso Svevo fa legge da noi, si lascia che uno muoia, poi si gode che altri lo scopra». L’appello non cadde nel vuoto: l’anno seguente il Revoltella acquisì un suo ritratto, altre opere arrivarono poi tramite doni e lasciti.

La sede fantasma

Il Padiglione del Giardino Pubblico era una struttura di rappresentanza, non pensata per l’arte: forse anche per questo non resta traccia visiva di quella mostra memorabile. Malabotta bollava l’unica alternativa cittadina, il Museo Revoltella, come ferma all’Ottocento.

Novantacinque anni dopo la stessa domanda si presenta sotto altre spoglie: il Salone degli Incanti, ex mercato del pesce all’asta convertito a spazio espositivo, cerca da oltre vent’anni una propria vocazione stabile. Un altro edificio nato per tutt’altro, alle prese con la stessa questione mai risolta: dove mettere, a Trieste, ciò che vale la pena vedere.

L'epilogo di Ferrara

C'è un capitolo che Malabotta non poteva scrivere, perché arrivò dopo la sua morte, nel 1975. Nel 1996 la vedova Franca Fenga Malabotta donò l’intera raccolta di de Pisis, oltre duecento tra dipinti e opere su carta, alla Galleria d’Arte Moderna di Ferrara. Il tempismo rese la notizia ancora più dolorosa per Trieste: solo due mesi prima il Revoltella aveva dedicato alla collezione una grande mostra al quinto piano, nella speranza di indurre la proprietaria a lasciare i quadri in città. Franca Malabotta aveva già deciso altrimenti, e non lo disse a nessuno fino alla fine dell’esposizione.

Anni dopo avrebbe raccontato di essere caduta nello sconforto per quella vicenda: nessuno a Trieste si fece avanti con un’offerta, così scelse Ferrara, la città natale di de Pisis, quando lei avrebbe voluto solo donare le opere alla città che il marito aveva amato, purché non finissero chiuse in un deposito.

Della mostra del 1931, oggi, non resta un’immagine. La collezione nata dalla passione critica di Malabotta, quella dei de Pisis, oggi non si trova più in città. Un ventiquattrenne aveva chiesto a Trieste una sede degna della propria arte moderna: sua moglie, alla fine, gli diede ragione nel modo più definitivo, portando altrove i quadri che quella sede non aveva saputo trattenere.

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