Addio a Ugo Pierri, artista dalle mille identità

Il disegnatore, scrittore e autore satirico si è spento a 89 anni

Mary B. Tolusso
L'artista Ugo Pierri ritratto davanti a uno dei suoi disegni
L'artista Ugo Pierri ritratto davanti a uno dei suoi disegni

Ironico. Dissacrante. Provocatore. L’artista dalle mille identità, Ugo Pierri, è scomparso ieri mattina dopo lunga malattia. Era una voce spesso scomoda Pierri, ma utile. Nato a Trieste nel 1937, tutta la città lo aveva festeggiato per suoi 80 anni con un grande omaggio al Circolo Knulp. Era stato tra gli allievi di Anita Pittoni e ha vissuto l’epoca culturalmente d’oro di Trieste. Con Pierri scompare anche l’unica rivista che faceva satira, sempre per il bene comune: «La nostra ridente necropoli continuerà bottegaio-turistica al canto di viva là e po’bon - aveva detto in una delle sue ultime dichiarazioni - ma io, parafrasando Schnitzler, amo la mia città non perché è la mia città, ma perché è bella».

 

Un disegno di Ugo Pierri
Un disegno di Ugo Pierri

La sua produzione artistica è notevole, dalle arti figurative alle tante pubblicazioni tra versi e prosa (sempre editi da Battello Stampatore), senza dimenticare il foglio “Ossetia. L’eco del popolo oppresso”, un punto di riferimento che andava oltre i fatti e le persone grazie al suo sguardo tagliente e profondo. D’altra parte lui la città l’ha conosciuta bene, dai tempi di Pittoni appunto: «Ugo nella portineria dei nonni dipingeva - rivela l’amico Claudio Grisancich - alternando pittura con tiri al pallone con i frati della chiesa di via Rossetti. Anita era andata a vedere le tele di Ugo e si era resa conto della sua genialità così da fargli fare la sua prima mostra a casa sua in via Cassa di Risparmio 1, un vero successo». Era l’epoca di Saba, Giotti, Rosso, Miniussi per restare nel letterario.

In Pierri pittura e poesia si sono sempre unite in un atto di ribellione al conformismo, al consumismo, al potere. Formatosi in un ambiente mitteleuropeo, era anche allievo del grande artista Enzo Cogno e ha sviluppato un linguaggio unico che attinge tanto all’espressionismo quanto alla satira sociale. Ne sa qualcosa l’amico Adriano Battello, editore di almeno 40 dei suoi libri: «Abbiamo iniziato a lavorare insieme nel’96 e piano piano questa relazione è diventata una grande amicizia». L’esordio 30 anni fa con il celebre “Pinocchio” illustrato da Ugo, oggi un volume da collezionisti.

Tra gli amici più giovani, un altro grande sodalizio è stato con Riccardo Cepach, responsabile del Museo Lets: «El mulo xe drio darghela, ma basta la salute”. Le ultime parole che ho sentito da Ugo, riferite a sé stesso, lo riassumono bene - confida Cepach -. Del resto un artista, una persona realizzata e coerente come era lui esprime tutto sé stesso in ogni occasione, con la stessa lucida visione non oggettiva, ecumenica, condivisibile con cui ha guardato alla città e al mondo, alla cultura, all’arte». E aggiunge «Poveri siamo ora, tanto più poveri: di ironia, energia, bellezza e forza. E sono convinto che anche a noialtri, come a tutti i poveri, diseredati e derelitti, Ugo ora guardi con simpatia. Nessuno di noi, che in tanti anni abbiamo avuto il privilegio della sua amicizia, dimenticherà: non è un auspicio, è una certezza. Danke».

“Danke” era una sua parola ricorrente, pronunciata tra gli amici più intimi a espressione della sua anima di frontiera. E senza confini era la sua scrittura che scattava dal più crudo realismo al respiro più classico.

Amico e cultore della sua arte è stato anche Walter Chiereghin, direttore della rivista Il Ponte Rosso: «Mi era capitato di scrivere, a margine di un’intervista – dice Chiereghin – che se fosse vissuto a Firenze tra il’200 e il’300 non avrebbe indossato i panni di Dante, ma sicuramente quelli di Cecco Angiolieri. Trieste è oggi un po’ più povera».

Pierri "posa" ironicamente davanti alla vetrina di un'impresa di onoranze funebri a Trieste
Pierri "posa" ironicamente davanti alla vetrina di un'impresa di onoranze funebri a Trieste

Lo è indubbiamente, per il suo valore della bellezza e della giustizia e in tal senso il nostro artista non ha mollato mai. Gli era impossibile fare l’occhiolino al potere e se c’era una cosa di cui si pentiva, come aveva dichiarato in una sua celebrazione era: «Di non aver avuto la determinazione di prendere a calci nel sedere i tromboni artistici, letterari, politici e non». In realtà il suo foglio “Ossetia” non è mai stato privo di qualche colpo ben piazzato, ma sempre munito di elegante satira. Forse è proprio qui che si trova il nucleo più autentico della sua opera: nell’aver raccontato Trieste e il mondo senza abbellimenti, guardandoli con affetto e insieme con spietata ironia. Per questo la sua figura resta difficile da sistemare in un capitolo della storia dell’arte o della letteratura, era uno di quegli artisti che costruiscono la propria opera ai margini delle mode e che, proprio per questo, finiscono con il rappresentare una città e una stagione culturale più profondamente di autori inseriti nel loro tempo.

A Trieste lascia la cara Afra, la moglie, la sua «agrodolce metà», come la definiva. E poi dipinti, libri, disegni, poesie, soprattutto una voce inconfondibile. Una voce che non ha mai cercato di piacere a tutti. Proprio questa è la sua eredità più preziosa, aver difeso fino in fondo il diritto dell’artista a essere scomodo. E libero.

e profondo.

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