Troia in divenire o Cartagine in pectore. Incanti, una città in coma programmato

Il Salone, ex pescheria, sembra una stazione parigina senza treni: io mi ci sento soffocare
Il Salone degli Incanti, qui nell’allestimento della mostra La grande Trieste nel 2015. Lo scrittore Christophe Palomar lo racconta come uno spazio senza tempo
Il Salone degli Incanti, qui nell’allestimento della mostra La grande Trieste nel 2015. Lo scrittore Christophe Palomar lo racconta come uno spazio senza tempo

TRIESTE. A pochi passi da me il mare è uno specchio spento. Gli ultimi canottieri stanno facendo rientro. Uno accelera, un altro si ferma improvvisamente. Un altro ancora segue una traiettoria che porta dritto a me. Nel silenzio della sera che lentamente schiera le sue truppe, le loro ombre presto si diluiscono. I remi sono virgole su una pagina grigia. La luce calante lancia in cielo certe macchie color peonia.

Questo spettacolo è incredibilmente bello, penso.

Lungo le rive si stanno accendendo le luci. È tutto un rosa cipria, un pistacchio o un’ambra appassita, è tutto un celeste stemperato. È tutto un giallo chiaro soprattutto, il famoso giallo teresiano. Le facciate sono barocche, rococò o neoclassiche com’è d’uso nelle città danubiane.

Sembra che la città stia tornando all’antica gloria. I viali e le rive tornano a respirare, a sorridere. Almeno dal punto di vista architettonico, sembra che Trieste si accinga a superare il lutto asburgico.

Il sussurrare dell’acqua nelle fontane degli Asburgo.

I grandi cervi nei boschi degli Asburgo.

I cavalli lipizzani delle scuderie degli Asburgo.

I grandi velluti, i grandi drappeggi dei palazzi degli Asburgo.

La carnagione di porcellana degli Asburgo.

Da nessun’altra parte il mito degli Asburgo è vivido come a Trieste. Nel paese più smemorato d’Europa, Trieste vive la Storia come una religione. E da queste parti, la Storia è l’impero. E l’impero è Vienna. Non Roma. Non Venezia. Solo Vienna e gli Asburgo. I cinque secoli degli Asburgo.

Le mostre sono il fiore all’occhiello di Trieste. Di solito si svolgono nel Salone degli Incanti, che tutti chiamano ex pescheria, un posto grandioso che luccica come una batteria di rami. Con quelle immense vetrate e quell’imponente struttura di metallo, sembra una stazione ferroviaria parigina, ma senza treni. Oppure una sala da ballo viennese, ma senza debuttanti.

“Una guerra, due fronti”: credo che la mostra si chiamasse così. Mi aspetto un po’ di fila e invece no. Nessuno in cassa, nessuno sul molo e nessuno nel ventre del cetaceo. E subito sento sparare: cannonate come se piovessero e sguardi come fucili devastati da anni di trincee. Sono circondato da medaglie arrugginite, da denti rotti e bottoni marci, da borracce perforate, da foto di stracci e di corpi mutilati. Sopra di noi, manifesti di propaganda: a quanto pare, la vittoria è imminente. Quella dei russi. Quella degli austriaci. Quella degli italiani. L’invincibile fanteria serba. L’invincibile marina ungherese. Tentenno, torno sui miei passi, rileggo. Confondo i nomi, i luoghi, le lingue.

Dopo dieci minuti sento che sono finito in una trappola.Poi spuntano dettagli che mi esplodono in faccia ingigantiti dalla loro umanità. Lettere di chi non sa scrivere. Foto di chi non sa leggere. Granelli sparpagliati nella sconfinata scenografia tolstoiana di una guerra che diventa più guerre.

Leggo che la Grande guerra ha inizio con un evento triestino, i funerali dell’arciduca Francesco Ferdinando. Qui colpisce la qualità delle fotografie e la solennità dell’evento. Colpisce la folla raccolta e tutto quel nero alle finestre. Colpiscono quelle facce nitidissime. Sembra che sia accaduto ieri. A pensarci bene è accaduto ieri. A pensarci bene i miei nonni erano già nati.

L’immenso cordoglio che invade la città è il sipario che cala sul Mondo di ieri: così almeno recita una didascalia redatta in italiano e in inglese ma non in tedesco, non in sloveno e non in croato.

L’occasione è ghiotta per riflettere sull’impoverimento linguistico della città quando, alzando la testa, irrompe la proclamazione del vecchio imperatore, quel famoso “Ai miei popoli!” stampato nelle undici lingue ufficiali dell’impero. L’impoverimento linguistico della città è quello dell’Europa tutta. Come un gabbiano ferito mi aggiro fra i pannelli. Mi soffermo sulla storia di un gruppo di muli triestini finiti in Manciuria e abbandonati lì per anni. È una storia incredibile.

Leggo di soldati che hanno combattuto in entrambi gli schieramenti.Leggo di disertori condannati a morte due volte. Penso a ciò che oggi sta portando il mondo laddove non dovrebbe andare. Penso all’Europa divisa più che mai fra nostalgia e furore. Penso all’odio che dilaga da nord a sud. Penso ai popoli d’Europa consegnatisi al globish, un linguaggio concepito per orientare chi viaggia e che invece disorienta chi non viaggia.

Infine mi imbatto in un’analisi demografica di Trieste: in spaventoso aumento per tutto l’Ottocento e in calo inarrestabile dalla Grande guerra in poi. Leggo anche di grandi rotture e grandi esodi. Leggo del tedesco e dello sloveno che vengono cacciati via dalla città. Leggo dell’italiano che viene cacciato via dalle campagne. Trieste è una città in coma programmato.Una Troia in divenire. Una Cartagine in pectore.Tutto ciò mi soffoca. Con lo sguardo cerco una presenza alla quale aggrapparmi. Tuttavia non trovo altro che volti in bianco e nero. Volti segnati per sempre dal freddo, dalla fame e dalla disfatta.

Cosa abbiamo imparato dalle loro sofferenze? Cosa abbiamo imparato dalle nostre sofferenze? 

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