Tutte le case di Bajani trattengono per sempre una parte di noi
L’idea è semplice e al tempo stesso originale. Le emozioni della nostra vita non restano solo dentro di noi, ma si depositano, come fossero emulsioni, sulle pareti delle case dove abbiamo abitato, trasudano oltre le carte da parati, si impastano con l’intonaco. I nuovi inquilini possono grattare, pitturare, buttare giù pareti, creare nuovi ambienti col cartongesso, ma quello che è accaduto là dentro una volta si fissa per sempre. Le case hanno memoria, sono come scatole sonore che agitiamo e portiamo all’orecchio per riascoltare magicamente il suono del nostro passato. Andrea Bajani ha usato i fogli del catasto urbano su cui sono riportate le planimetrie delle abitazioni in cui ha vissuto nel corso della sua vita per ricostruire la sua biografia. Fogli che inserisce ne ‘Il libro delle case’ (Feltrinelli, 251 pagg. 17 euro) costruendo una memoria anche visiva, fatta di mappe, come in certi libri di W.G. Sebald. Il suo procedere è frammentario, diviso in brevi capitoli, e non segue un ordine cronologico; le stesse case ritornano più volte, secondo il fluire della memoria. C’è la Casa del Sottosuolo, quella dei primi anni di vita, la Casa Sopra i tetti, breve diario un soggiorno giovanile a Parigi, la Casa di famiglia, esperimenti di un nucleo di stabili affetti in formazione, quella Signorile di famiglia, con l’epilogo infausto di quella speranza. Casa è anche quella che si porta addosso la tartaruga con cui Io bambino fa conoscenza nei suoi primi passi incerti; casa può essere la cabina del telefono da cui Io adolescente chiama la donna sposata con cui ha una storia; casa è l’ascensore che trasporta Io e Moglie e i loro stati d’animo che via via cambiano fino a condurre alla fine del rapporto; Casa è il taccuino per gli appunti che diventeranno questo libro.
Sono case concrete, reali. Ci sono poi le case immateriali, come quella dei ‘ricordi fuoriusciti’, luogo stipato di parole e immagini rimossi per la troppa sofferenza che provocano. E ancora la Casa di Poeta e la Casa di Prigioniero, entrambe, il campetto di Ostia e la Renault Rossa, testimoni degli ultimi istanti della vita di Pasolini e Aldo Moro.
Questa l’idea. Vediamo ora lo stile. Bajani sceglie un modo impersonale, descrittivo, quasi fossero note di regia o il verbale della scena di un crimine. Crimine, perché gli interni familiari scatenano tensioni, dolori tenuti a lungo sotto chiave e che a volte solo per caso non si trasformano in delitti. In entrambi i casi Bajani prepara il lettore disponendo gli oggetti e le persone, anch’esse lasciate a un’indicazione neutra, Io, Sorella, Padre, Madre, Moglie, come fosse un regista. Leggiamo un brano: “La casa del sesso è un appartamento d’angolo, al terzo piano di un palazzo residenziale costruito negli anni Cinquanta ai confini di un piccolo centro con ambizioni metropolitane. Sul lato della facciata principale ci sono la cucina e la sala da pranzo, collegate da un balcone. Sull’altro lato, la camera di Ragazza Vergine, quella dei suoi genitori e il bagno. L’arredamento è moderno, in cucina ci sono la lavastoviglie e il forno a microonde, che Io vede per la prima volta”. In questo scenario i personaggi agiscono secondo i ricordi di Io ma, nonostante l’apparente distacco, il libro vibra di emozione. In questo Bajani è stato perfetto: trasmettere il pulsare dell’intensità emotiva utilizzando l’understatement, come se questo approccio minimale fosse l’unico modo di poter maneggiare i ricordi. A essere convinti della qualità del libro sono stati anche i giurati che lo hanno promosso in finale allo Strega (vinto venerdì da Emanuele Trevi) e del Campiello; una scelta da cui forse non è alieno il richiamo all’attualità, ai ripetuti lockdown che ci hanno confinato nelle nostre case, costringendo a misurarle, a fare i conti con l’esiguità degli spazi, con la scoperta dell’altrui, a volte ingombrante, presenza. —
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