Un viaggio che non finisce mai per mare o con i piedi dei migranti

TRIESTE «Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione… Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito».
Ce l'insegna Josè Saramago, cui siamo debitori di racconti, apparizioni, innamoramenti dell'altrove e magie in forma di parole. E prima di lui, siamo debitori di Ulisse e della sua benedetta contraddizione tra nostalgia e amore per l'avventura. Di recente, di Stevenson e Conrad. E soprattutto di Benjamin, per il viaggio e la necessità del racconto. O, perché no? oggi, anche di Mario Genco, con il suo"Gente di mare" (Torri del Vento Edizioni, pagg. 180, euro 15,00), il primo di tre volumi, "dal Mediterraneo all'Oceano", per raccontare la nascita e la crescita della marineria siciliana, dalla fine del Settecento a oggi.
Mario Genco è grande cronista (ha lavorato a Palermo, a "L'Ora" e poi al "Giornale di Sicilia") e raffinato scrittore. Sa usare bene gli strumenti dello storico. E qui parte dalla "Matricola della Gente di mare di 1° Categoria" per trarre, da lunghi elenchi di nomi di marinai, bastimenti e porti, storie di uomini, commerci, imprese guerriere, traversate. Viaggi. E, appunto, racconti.
Pagine esatte, come una buona carta nautica. Ma anche dense di storie, come un romanzo. Le stirpi dei capitani di lungo corso (Castiglia, Fileti, Pirandello, Trifiletti, Kirchner e tanti altri... di qualcuno si trova traccia perfino in "Moby Dick" di Melville).
I patrioti che animano la Palermo dei moti liberali del 1848 contro la neghittosa reazionarietà dei Borboni. I mercanti. I pescatori. I navigatori che trovano nuove e migliori rotte tra Palermo e New York, battendo la furba segretezza dei comandanti americani e inglesi . Ma anche i pirati mediterranei che "n'arrubaru lu suli... lu mari". E i maestri di navigazione.
È un grande libro corale, quasi fosse un'epopea a bordo di brigantini e golette, sciabecchi e piroscafi. Storie fascinose. Da ricostruire e ricordare. E continuare a scrivere. E a leggere. Con il peso della durezza chi sa andare per mare. E la felicità d'un sole che, nonostante tutto, sorge ancora.
Sorge, pallido, persino sulle albe gelide del nord. Anche quando promette poco di buono. Come racconta Georges Simenon in "Il passeggero del Polarlyis" (Adelphi, pagg. 157, euro 17,00). Una vecchia nave da carico, con poche cabine passeggeri, lungo le coste della Norvegia sino ai margini della banchisa polare. Strani passeggeri. E improvvisamente, a bordo, un morto, un ispettore di polizia. Sospetti, ricatti, amori fatui e bugiardi, l'ombra d'una maledizione, il peggio, per marinai superstiziosi. È un universo chiuso, d'altronde, una nave nei mari in tempesta. E ostili, gli animi dei naviganti.
Il racconto è quasi sempre cupo. Si fatica, a difendere un barlume d'animo d'uomo e di marinaio. Poi, a poco a poco, tutto si chiarisce. E le passioni si scompongono in miserie di piccoli traffici, ricatti familiari, anime torbide e un po' miserabili. Resta la forza del mare, temibile. Ma anche la sapienza marinaia dell'uomo, quando è capace di non perdere, per debolezza e paura, l'esperienza e la ragione.
Lungo le sponde d'un villaggio di mare si rifugia Lois, montanaro rude, protagonista di "La natura esposta" di Erri De Luca (Feltrinelli, pag. 123, euro 13,00), un grande ritorno alla buona scrittura. Lois deve rifare il dettaglio d'una statua, un particolare scabroso, il membro virile d'un Cristo in croce che il pudore ecclesiastico di secoli passati aveva celato dietro un banale panneggio di vesti marmoree. Lois si mette al lavoro. E tra le memorie dei monti e le scabre frequentazioni marine, riflette sull'arte, il silenzio, l'inganno amoroso, l'amicizia. Consente lunghe camminare, la sponda del mare. E tempi di riflessione che incrociano relitti (i legni lavorati dalle onde), pietre levigate e resti di gusci di molluschi che rimandano a suggestioni di secoli, orizzonti lunghi verso cui rimandare dubbi, dolori, inquietudini. Ci sono cave di marmo, sulle colline alle spalle del mare. E tutto, alla fine, sta nelle capaci mani d'un uomo. Che impara, ad alto costo, a stare a galla sull'onda di esistenze impervie. Nulla è gratis, nell'esperienza di imparare, nonostante tutto, a navigare la vita.
Lungo il mare Richard, vecchio filologo classico, segue le ondate dei migranti che dall'Africa attraversano il Mediterraneo, approdano a Lampedusa e cercano Europa. È il protagonista di "Voci del verbo andare", di Jenny Erpenbeck (Sellerio, pagg. 352, euro 16,00). Un protagonista severo, curioso, umano. Sa bene che quei migranti non sono numeri d'una sconvolgente statistica né solo figure da soccorrere dall'immediatezza d'un destino di morte. Ma uomini, donne, bambini, che hanno attraversato l'inferno della guerra, della violenza, dell'attesa miserabile e ricattata e, alla fine, del viaggio.
E di quelle persone in fuga vale la pena interpretare innanzitutto ciò che regge la speranza. Per cercare di conquistare libertà. Identità più solide. Un'alba possibile di vita migliore. Chiudendolo, stavolta, il viaggio di disperazione.
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