Una donna in barca a vela verso il paradiso dei Caraibi per salvare il matrimonio

Lisa Corva



Ci sono giorni in cui la tentazione è forte: mollare tutto. Partire. In barca, e non per un weekend, o per le vacanze: per un anno, forse per sempre. La copertina del romanzo di Amity Gaige, “La sposa del mare” (NN Editore, traduzione di Laura Noulian, 352 pagine) è già un invito: per i velisti e gli aspiranti velisti, o semplicemente per chi è stanco degli ultimi soffocanti lockdown. Dentro, una piccola famiglia americana – lui, lei, due bambini – che arrivano ai Caraibi: per l’esattezza San Blas, un arcipelago al largo di Panama.

Pagina dopo pagina, ci siamo anche noi su quella barca di 13 metri, insieme a Juliet e Michael e ai loro piccoli. E che sogno, i Caraibi. Le palme, le isole coralline. Eppure. “Guna Yala: centinaia di isole posate su una piattaforma oceanica di acque basse. Un marinaio poteva decifrare le variazioni di profondità del mare dal colore dell’acqua, che era un mosaico di blu: dal luminoso turchese della sabbia, al blu materno dell’acqua più fonda, allo scoloramento violaceo delle gobbe della barriera corallina. Un errore nella lettura di questa mappa cromatica poteva mettere a rischio la barca. Mi era toccato spesso di sporgermi sotto le draglie per giudicare a occhio nudo l’intero processo ed evitare di restare incagliati. Michael non si fidava del Gps. Mi sembrava matto, finché una volta l’aggeggio non si spense nel bel mezzo di una distesa di coralli”.

È Juliet che parla, in un romanzo a voci alternate: lei, lui. E il mare. Ma andare a vela non è solo libertà, è anche scogli, tempesta improvvisa, motore che si rompe, niente in cambusa, stanchezza. E in contrappunto al mare aperto, la claustrofobia della cabina armadio dove Juliet si chiude tornata a casa: è successo qualcosa di tragico, qualcosa di irreparabile, e lo scopriremo insieme a lei, nel diario di bordo del marito, che lei legge, cercando di capire. Perché “La sposa del mare” è anche la storia di un matrimonio. Di come una coppia cerca di reinventarsi, per non rimanere chiusa dentro le cabine armadio della vita. A volte funziona, a volte no.

Però il romanzo è imperfetto, è come se la scrittrice avesse voluto mettere troppe cose dentro: l’abuso sessuale subito nell’infanzia, l’allontanamento dalla madre, la depressione post-parto e il senso di sorellanza con una poetessa che finì suicida, Anne Sexton…

Per fortuna, ci rassicura Amity Gaige, questa non è la sua storia. «Non sono neppure granché come velista. Però nell’arcipelago che racconto, Guna Yala, ci sono stata davvero: niente alberghi né ristoranti, solo palme e coralli. Una specie di paradiso. Ma le persone portano i loro problemi anche lì, in paradiso. È questo che ho cercato di raccontare».

Rimane una curiosità. Juliet parte per un anno in barca praticamente senza vestiti, solo lo stretto necessario, T-shirt e cerate; poi, tornata, si chiude nel suo guardaroba. Il niente e il troppo. Ma se lei, Amity, pensa al suo armadio, qual è una cosa a cui è affezionata, a cui non rinuncerebbe mai? «L’anello d’ambra di mia madre, che le ricordava il suo Paese, la Lettonia. Mi è sempre piaciuto; un giorno se l’è tolto e, semplicemente, me l’ha regalato», racconta.

Perché anche partendo per il giro del mondo senza bagagli, un anello talismano ci vuole. E alla fine delle 352 pagine, imperfette o no, rimane un desiderio: salire in barca e partire. —

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