Una saga familiare nel sangue di Jenin

TRIESTE. «La Palestina riemergeva dal profondo nel cuore stesso della mia nuova vita, senza preavviso. A lezione, al bar, mentre passeggiavo per la città. Improvvisamente, i salici piangenti di Rittenhouse Square si trasformavano nei fichi di Jenin e si abbassavano per offrirmi i loro frutti. Era un richiamo insistente, che gridava fin dalle cellule del mio corpo, riportandomi a me stessa». Amy studia all’Università di Philadelphia, ha accorciato e americanizzato il suo nome, ha sepolto dentro di sè un’infanzia di morti, sangue, strappi familiari, il soffio di un proiettile che le si è tatuato sulla pelle. Ma basta una telefonata dal Libano del fratello Yussef, attivista dell’Olp, basta sentire ancora il suo nome arabo, Amal, perchè il passato riemerga con la violenza dei suoni, dei profumi, degli affetti, di una terra, la Palestina, mai dimenticata.
È “Ogni mattina a Jenin”, il bestseller di Susan Abulhawa (tradotto in ventidue paesi e giunto alla quarta edizione con Feltrinelli, pagg. 388, euro 10,00), che verrà presentato domani, alle 17.30, alla libreria Lovat. L’autrice, dopo l’introduzione di Nada Pretnar e Ada Scrignari, parteciperà al dibattito in teleconferenza dagli Stati Uniti, dove ha fatto una brillante carriera universitaria. A conversare con Abulhawa sarà un’altra scrittrice palestinese e di radici triestine, Widad Tamimi, mentre le atmosfere del romanzo rivivranno nella voce di Barbara Sinicco, sulle note dell’oud di Marko Korosec e con l’assaggio di zaatar, una spezia tradizionale, offerto ai presenti.
Nata nel 1970 in Kuwait, da una famiglia in fuga dopo la Guerra dei Sei Giorni, Susan si è trasferita da piccolissima negli Usa. A dieci anni è a Gerusalemme, dove ne trascorre tre in orfanotrofio, proprio come Amal, per poi rientrare in America. Un periodo duro e comunque tra i ricordi più felici dell’infanzia. «La mia famiglia è originaria del Monte degli Ulivi, così per me è stata l’occasione per scoprire le mie radici e conoscere le strade di Gerusalemme. Qualcosa che sembra scontato, ma che alla maggior parte dei profughi palestinesi non è concesso». Susan è tra i primi osservatori internazionali ad arrivare nel campo profughi di Jenin, dopo l’intervento militare israeliano nel 2002, e lo shock di quell’esperienza la spinge a cercare una forma di racconto che non sia il saggio. Nasce così la storia della famiglia Abulheja, che si dipana lungo i sessant’anni del conflitto israeliano-palestinese tra Gerusalemme, Beirut e Philadelphia, seguendo vite e destini dei figli e nipoti del patriarca Yehya. Compreso quel fratello che Amal non ha mai conosciuto, Isma’il, il piccolo con la cicatrice intorno all’occhio, strappato alla madre e diventato David per nuovi genitori israeliani.
Un flusso narrativo potente e avvincente, di tante piccole storie sradicate dalla grande storia. Ma soprattutto, un racconto viscerale d’amore e d’amicizia tra madri e figlie, tra donne di famiglie e generazioni diverse, tra uomini dello stesso sangue che la cecità dell’odio ha reso nemici. Di legami profondi con la terra, non solo nel senso di appartenenza, ma di lavoro, nutrimento, vita.
Arianna Boria
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