Quei viaggi nei luoghi della memoria per comprendere gli orrori della Storia
L’itinerario “Promemoria_Auschwitz” della associaizone Deina ha coinvolto quest’anno, da gennaio a inizio marzo, circa 120 studenti da tutta Italia

Nuovi vincoli in materia di sicurezza sui trasporti scolastici, addio alla deroga Anac che snelliva le procedure per l’affidamento delle gite, costi (e responsabilità) crescenti per i professori: il calo delle gite scolastiche, specie fuori dai confini Fvg, è ormai noto tra gli esperti del settore.
C’è tuttavia un’eccezione e sono i viaggi della memoria che, nella fase post Covid, sono ripartiti con una notevole adesione di studenti e professori. In questo contesto Trieste e il Friuli Venezia Giulia si classificano come città (e regioni) particolarmente ricettive grazie all’associazione Deina Aps che, attiva sul territorio nazionale, organizza appositi percorsi della memoria i quali non si limitano alla visita al sito storico, ma prevedono conferenze, incontri e dibattiti volti a creare una riflessione sulla democrazia e la cittadinanza connessi col presente.
La punta di diamante di Deina è l’itinerario “Promemoria_Auschwitz” che, assieme a parallele iniziative, ha coinvolto quest’anno, da gennaio a inizio marzo, circa 120 studenti da tutta Italia, tra cui un nutrito gruppo dall’Università di Trieste, composto da 48 universitari, 7 docenti e, per la prima volta nella storia dell’organizzazione, la rettrice Vianelli.
La primavera 2026 si presenta altrettanto intensa: si calcolano circa 700 studenti coinvolti nei diversi viaggi e gite dell’associazione, tra cui oltre 200 studenti triestini, 160 dei quali dal liceo scientifico Oberdan. Numeri pertanto ingenti; e ciò non sorprende, perché come spiega Dino Perco, referente regionale per Deina e public historian specializzato proprio nella didattica della memoria e dell’educazione alla Shoah, «c’è un’associazione che propone un pacchetto culturale con una coerenza interna, un chiaro messaggio e un’agenzia che snellisce gli aspetti burocratici e assicurativi. La figura del tutor gioca un ruolo fondamentale, perché affianca il professore e gli garantisce un appoggio costante».
Non si tratta infatti, come avveniva nel passato, di proporre una visita choc al campo di sterminio, scommettendo tutto sull’impatto emotivo, ma di creare un percorso strutturato: «I progetti sono in prevalenza rivolti agli studenti dell’ultimo anno delle superiori – spiega Perco –. I ragazzi devono affrontare un bivio importante della loro vita, decidere la propria carriera e il proprio “io” di domani ed entrare in un luogo quale Auschwitz e comprenderne la complessità permette di affrontare quella dell’oggi, in un gruppo di pari coi quali confrontarsi e di tutor che hanno in precedenza partecipato al viaggio e hanno avuto un apposito percorso di formazione. Percorso che prevede anche tecniche di public speaking, gestione dei conflitti e così via. Il viaggio inoltre viene sempre preceduto da una serie di laboratori tramite l’educazione non formale/ non frontale dove non solo diamo nozioni storiche, quanto utili strumenti coi quali “grattare la superficie” di argomenti così difficili».
Eppure oggigiorno si parla molto di “Memory Fatigue”, i discorsi sulla Shoah appaiono spesso conditi di retorica. «Noi non facciamo solo viaggi, ma progetti di memoria, anzi memori – controbatte Perco –. Non ci limitiamo a parlare di soli fatti, ma forniamo gli strumenti per analizzare, capire la complessità dell’argomento, porre al centro il ragazzo e fornirgli chiavi di lettura per capire anche il suo presente. Sono argomenti che rimbalzano subito all’oggi; non solo strumenti, ma spazi sicuri dove i ragazzi possono esprimersi e ascoltarsi. Gli studenti poi si aprono e portano a casa non solo un dato storico, ma un gesto di cura verso l’altro: il viaggio è (anche) movimento, è una costruzione di gruppo continua, ti porta al di fuori della tua comfort zone, in una “scomodità” nella quale crediamo molto, perché ci consente di avere una postura migliore verso il mondo».
Insomma, memoria, ma anche cittadinanza. «Deina prevede sempre laboratori di complessità dove, tutti assieme, facciamo esercizio di democrazia: le persone discutono, sono costrette ad ascoltarsi, votano e maturano un senso di responsabilità. Questa è una componente essenziale dopo la visita ai luoghi storici», chiarisce Perco.
Ma come si diventa tutor di Deina? «Io, come tanti altri, ho iniziato come partecipante e poi co-tutor: il percorso è di volontariato assieme a ragazzi che hanno solo qualche anno meno di te; c’è pertanto un forte senso di vicinanza. Poi, col tempo, si maturano competenze trasversali, si intraprende un percorso accademico. Ma il cuore rimangono i ragazzi coi quali sei in viaggio: occorre saperli ascoltare, responsabilizzarli, riconoscerli come come gli adulti che sono».
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