Žižek ci spiega cos’è un Evento tra tsunami e Gangnam Style

di Giulia Basso
Gli hanno affibbiato l’epiteto di “Elvis della filosofia” e dicono che “più che un filosofo è un fenomeno”. Lui non si scompone, tira dritto per la sua strada e con il suo mix postmoderno, che affianca i classici del pensiero filosofico e religioso ai prodotti più brutali della cultura di massa, continua ad appassionare alla filosofia anche chi dalla filosofia si è sempre, volontariamente, tenuto distante.
Ciò che colpisce sempre e inesorabilmente del “fenomeno” Žižek è la sua straordinaria capacità di costruire ragionamenti serrati e logicamente ineccepibili saltando dal cinema alla storia, dalla politica ai cantanti pop, in un viaggio volto a dimostrare che no, nonostante Hawking abbia decretato trionfalmente che “la filosofia è morta”, la filosofia è viva e gode pure di ottima salute. Ed è un viaggio anche il suo ultimo saggio, “Evento” (Utet, 14 euro), che fin dal titolo annuncia la sfida.
Cos’è, si chiede Slavoj Žižek, un evento? È un termine da sempre rilevante nella storia del pensiero, ma anche sempre più abusato nella società contemporanea, che per evitare particolarizzazioni definisce “evento” un qualsiasi accadimento. Può essere una star fotografata da un paparazzo senza biancheria, ma anche una catastrofe naturale. Può essere un golpe militare ma anche un’importante decisione personale, o un’intensa esperienza estetica.
La parola “evento”, e lo sa bene chi si occupa di giornalismo, è un concetto estremamente ambiguo. Il termine ha più di cinquanta sfumature, dice Žižek, quantificando per giocare con le reminiscenze pop dei suoi lettori. Ma poi una definizione di massima, giusto per far partire un lungo viaggio, che si snoderà attraverso sei stazioni e un capolinea, la dà: un evento, dice è qualcosa di scioccante, fuori posto, dirompente, senza cause discernibili. Può essere un omicidio all’inizio di un libro di Agatha Christie, un amore, il movimento di protesta di piazza Tahrir al Cairo, la comparsa di una nuova forma artistica. C’è sempre qualcosa di “miracoloso” in un evento, sostiene il filosofo sloveno, qualcosa d’inspiegabile, perché è un effetto che eccede le proprie cause: le agitazioni di piazza Tahrir, per esempio, si possono far risalire a problemi specifici della società egiziana solo a posteriori, perché nulla può realmente spiegare quale sinergia abbia dato vita a quanto accaduto.
Ma su questo cammino Žižek si scontra con un’altra domanda, che contrappone l’approccio trascendentale a quello ontico, Heidegger al Big Bang: l’evento è una trasformazione nel modo in cui il mondo ci appare o un cambiamento sconvolgente nella realtà stessa? Accade dentro o fuori di noi?
Un’alternativa non esclude l’altra, dice il filosofo, e propone al lettore un viaggio a stazioni attraverso le possibili definizioni del termine. Nel viaggio ci sono come sempre i filosofi, Platone, Cartesio, Hegel, l’inseparabile Lacan e una dose massiccia di cinema, da sempre una delle sue più grandi passioni. C’è Lars Von Trier con “Melancholia”, Terrence Malick con “The tree of life”, Steven Spielberg ma anche Tarkovsky e Makavejev. C’è, ancora, il governo fantoccio di Vichy e il waterboarding, il buddismo e il cristianesimo, Donald Rumsfeld e perfino il Gangnam Style. Ci sono pure le barzellette sconvenienti. In questo calderone, che solo lui avrebbe potuto mettere in piedi costruendoci all’interno un percorso, Žižek fa efficacemente da guida, che sa raccontare e intrattenere. Non per fornire soluzioni, ma, come richiesto a ogni buon saggio di filosofia, solo per dimostrare ancora una volta quanto si possa dire del mondo, oltre a spiegarlo come Big Bang.
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