Žižek come un uragano «Nel mondo digitale siamo tutti controllati»

di ALESSANDRO MEZZENA LONA
No, l'merica non è un Paese per vecchi. Anche se in corsa per la poltrona di presidente degli States ci sono due contendenti come Hillary Clinton e Donald Trump, che proprio giovanissimi non sono. Cathleen Schine, l'amatissima scrittrice della "Lettera d'amore", non fa mistero di cercare nello specchio con ansia ogni minimo segno degli anni che passano inesorabili. E non stupisce che il suo nuovo romanzo, "Le cose cambiano" pubblicato da Mondadori, ruoti proprio attorno a questo tema. A quante trappole si innescano dentro una famiglia quando figli e genitori si trovano ad affrontare insieme il problema della vecchiaia.
Americana di Wesport, Connecticut, ha confessato ieri a Pordenonelegge che l'italiano, lei, si è sforzata di impararlo. Senza grande successo. Anche se, appena può, si rifugia in commenti fuori onda come "fa caldo oggi" con una pronuncia perfetta. Del resto, in Italia l'accoglienza che le hanno riservato i lettori, dalla "Lettera d'amore" in poi, è sempre stata calorosissima. E c'è da scommettere che anche il nuovo romanzo "Le cose cambiano" le darà notevoli soddisfazioni. La vecchiaia, in questo libro, è un vero e proprio ospite sgradito all'interno della famiglia Bergman. Perché quando la formidabile matriarca Joy comincia a lasciar trasparire le sue difficoltà legate allo scorrere del tempo, i figli e tutti quelli che le ruotano attorno non sanno come reagire. E si dividono. "In America la vecchiaia è considerata quasi un insulto alla società - ha spiegato la scrittrice -. Bisogna essere sempre belli, giovani, indipendenti. Non pesare sugli altri. E poi ti ritrovi con un candidato presidente come Trump, imbarazzante non solo per la sua età".
Cathleen Schine confessa che non andrebbe mai a vivere con i suoi figli. "Del resto io mi sono trasferita a quattromila chilometri da mia madre. Il che non significa che non senta forte, dentro di me, un senso di colpa. In ogni caso, credo che anche l'America dovrà farsi carico, prima o poi, del problema degli anziani".
Il vero, attesissimo showman, nella penultima giornata del festival, è stato il "gigante di Lubiana" Slavoj Žižek. Barbetta d'ordinanza da filosofo, camicia a quadri rigidamente stropicciata, più che soffermarsi sul suo nuovo, ennesimo libro, "Il contraccolpo assoluto" (Ponte alle Grazie), ha trasformato l'incontro con i giornalisti e anche quello con i lettori in un inarrestabile fuoco d'artificio di ragionamenti altissimi e gag pecorecce, citazioni dotte e riferimenti al cinema porno, alla letteratura vista dal buco della serratura. E, ovviamente, alla filosofia.
«Quando mi chiedono che ne sarà del mondo, rispondo che mi piacerebbe vedere il seguito del film "V per Vendetta", che il regista James McTeigue ha tratto da una graphic novel di Alan Moore - ha spiegato -. Nel finale, infatti, si assisteva al felice trionfo della rivoluzione. Ma io mi chiedo: cosa è successo dopo? Perché non basta inventarsi un'utopia, come ha fatto Thomas Piketty nel suo bestseller 'Il capitale', per risolvere i nostri problemi. I Paesi, il mondo, vanno governati. Ci vuole un potere centrale, non possiamo sminuzzare il territorio in una miriade di microgoverni».
Convinto che un filosofo oggi sia obbligato a leggere la realtà ("se fossi bravo, vorrei dedicarmi a capire il fenomeno Kim Kardashian"), preoccupato per la deriva dittatoriale di troppe nazioni ("in Nord Corea hanno vietato anche lo strumento dell'ironia. Finirà che per dissentire dal potere bisognerà scegliere il silenzio"), Žižek ha messo in guardia chi richiede a gran voce di varare un controllo più preciso della rete. «Concordo con chi dice che ci vogliono delle regole. Mio figlio, navigando nel web sommerso, ha scaricato film in cui le donne vengono violentate e ammazzate. E allora sarebbe giusto intervenire. Però, a pensarci bene, un controllo esiste già, anche se noi non ne siamo consci. Le nostre ricerche su Google, ad esempio, sono tutte registrate e segnalate». Eppure, Žižek non risparmia un vigoroso pelo e contropelo nemmeno a se stesso. Quando afferma di sentirsi come l'Idiota di Fedor Dostoevskij. In apparenza un tipo innocente, che però riesce a seminare attorno a sé il principio del dubbio. Quindi il Male, visto che siamo in un tempo che si illude di essere libero proprio perché non pensa a tutte le catene che si trascina appresso.
Ma non è solo il dibattito sulla libertà, eccessiva o meno, a prendere corpo a Pordenonelegge. Un antropologo della contemporaneità come Marino Niola è molto più preoccupato dai "simboli prêt à porter e dai creduloni super informati" che hanno preso forma nel nostro tempo digitale.
E nel suo libro "Presente in poche parole" (Bompiani), e in un incontro che si è tenuto ieri al Palaprovincia, ha ragionato su quel nuovo che si annuncia con forme enigmatiche, citando Antonio Gramsci.
«Rischiamo di andare incontro a un totalitarismo soft - ha spiegato -, anche se io sono un ottimista per carattere e credo che ce la faremo a sviluppare gli anticorpi giusti per evitarlo. Il problema è che manca un'alfabetizzazione del logaritmo che regola la rete. Non c'è modo di difendersi dalle bugie e dalle bufale che girano in internet.
Pensiamo a quante persone, non stupide né ignoranti, si fidano più di certi guru di passaggio che non della ricerca scientifica. Pensando che il cancro si possa curare con i Fiori di Bach, che i vaccini siamo dannosi, che certe erbe facciamo miracoli». Nell'antica Roma c'erano leggi precise per smascherare ciarlatani e truffatori. «Apuleio, finito sotto processo, ha scritto un'apologia per difendersi dall'accusa di pratiche magiche. Oggi rischiamo che le bugie seminate in rete diano un colpo mortale al principio di autorevolezza. Grazie ai computer, siamo la prima generazione che prende lezioni dai propri figli e riesce a comunicare loro troppo poco. Stiamo rinunciando anche a interagire tra noi: il face to face sta lasciando il posto al face to Facebook».
E proprio lì, sul catalogo digitale delle facce, lo scrittore portoghese Pedro Chagas, corteggiatissimo dalle donne del festival, ha scoperto che sono in tanti tra gli uomini a leggere i suoi romanzi d'amore, come il nuovo "Prometto di perdere" (Garzanti): «Scrivono sulla mia pagina per rivelarmi le loro storie - hanno rivelato -. E io sono felice, perché come diceva Gabriel Garcia Marquez bisogna vivere per raccontare».
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