Triestina, i consigli dell’ex alabardato Vecchiato: «Serie D infernale»
Il tecnico da dieci anni in tante squadre del girone C: «Categoria difficile con una sola promozione, ma Trieste ha figure capaci da impegare»

La prospettiva della D giorno dopo giorno gioco-forza animerà il la discussione sul futuro della Triestina. L’auspicio è di essere regolarmente ai nastri di partenza, e ripartire con un nuovo progetto, nuove idee, nuove persone.
Sarebbe un buon segno, in primis una evidenza di un fallimento, a momenti quasi scontato, dribblato. In tema serie D, l’ex difensore della Triestina ai tempi della C-2, a cavallo del 2000, Roberto Vecchiato, è uno dei più esperti. Più di 10 stagioni da giocatore in quarta serie, altrettanti da allenatore e sempre con ottimi risultati, un quadriennio a Belluno, poi il primo Trento di Giacca, Manzanese, un altro brillante quadriennio ad Adria ed attualmente, l’Union Clodiense, retrocessa dalla C, risalita fino al secondo posto con Vecchiato in panchina.
Se il Treviso non è ancora matematicamente promosso, lo si deve alla rimonta strepitosa dei granata, valsa già il rinnovo del contratto per l’anno venturo. Vecchiato a Trieste fu allenato da Costantini ed Ezio Rossi, visse una promozione, ed oggi, vedere la desolante situazione alabardata, fa male. «Sono molto legato e ho tanti amici a Trieste, ho giocato 2 anni, vinto un campionato, vissuto 5 anni in città, la Triestina non c’entra niente con la D e la speranza è quella di vederla in palcoscenici più alti. Purtroppo le categorie dipendono dalle società, con uno stadio ed una città cosi belli, una storia gloriosa, fa male debba ripartire da un campionato che è un inferno».
Cosa rende tale la categoria?
«Vince una sola, unica categoria in Italia. Pensiamo in C dove anche la decima può andare su. In D no, i play-off puoi vincerli ma devi sperare in un ripescaggio. Una categoria durissima, con obblighi precisi sui giovani, ora sono 3, e nello specifico il girone C è complicato con società che investono molto. Per la Triestina, per tutti, sarà durissima, in molti hanno ambizione, dal Mestre alla Luparense, Cjarlins, il Chievo che non si sa in quale girone va».
In tema di giovani, a Trieste la società precedente presieduta da Rosenzweig ha disperso tutto il giovanile.
«È una cosa incredibile, in una città grande, non ci sia il settore giovanile. E’ difficile spiegarsi come si possa essere arrivati a questo punto. Per ricostruire ci vuole tempo, pazienza, anche degli errori ma alla base deve esserci la buona volontà di cominciare a fare le cose per bene».
La tifoseria lamenta l’assenza di punti di contatto con la società.
«I tifosi hanno bisogno di calore, sentirsi protetti da qualcuno che in società conosca l’ambiente, la città, una figura triestina ad esempio e magari la società sta pensando di introdurre una o più figure locali. Questo avvicinerebbe i tifosi per il futuro».
A Chioggia, una scalata da novembre. A cosa è dovuta la rinascita da quando siede sulla panchina?
«L’anno scorso avevamo vinto i play-off con l’Adriese ma il presidente ha deciso di mollare quindi ero fermo, sono subentrato i primi di novembre alla Union Clodiense. La squadra era undicesima, ma le vittorie portano entusiasmo, noi abbiamo vinto tante partite e ora siamo secondi. Le vittorie, l’atteggiamento dei ragazzii, la voglia di tornare protagonisti ha ridato entusiasmo. Conta tanto la serietà, della società e dei giocatori e qui alla Clodiense questo aspetto c’è».
Trieste è rimasta nel cuore, immaginiamo anche gli addetti ai lavori incrociati. Con chi è rimasto un legame forte?
«Ricordo Vendramini, primo presidente avuto a Trieste, Fioretti come direttore, Berti che ha fatto grandi cose ma la persona alla quale sono più legato è Maurizio Costantini, persona cui voglio molto bene, ci conosciamo da 30 anni, mi ha portato a Trieste, poi abbiamo lavorato ancora assieme».
Un auspicio?
«Persone capaci a Trieste ce ne sono. Mi auguro una cosa su tutte per la Triestina, che ci sia stabilità, passione, amor proprio nel fare le cose bene».
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