San Luigi, la maledizione del campo sintetico
Da agosto costretti a fare i salti mortali. Gli spogliatoi fai-da-te

Lasorte Trieste 20/10/17 - S.Luigi Calcio, Carlo Ferletti
Una plumbea distesa di settemila metri quadrati, molto simile a quel campo nero carbonina dell’Illva dove la squadra cominciò a giocare. Appare così il campo del San Luigi, in attesa del nuovo verde e brillante manto sintetico. L’attività dei più piccoli continua nel sottostante campo a sette, ma c’è non poca apprensione a parlare del campo grande: «Da agosto – dice il presidente Ezio Peruzzo - dobbiamo stare a guardare. La proprietà è del Comune, però mi chiedo perché le istituzioni decidano per i lavori a stagione iniziata, creando danni sportivi ed economici: sopportiamo un dispendio di energie con viaggi e trasferte, spese e mancati introiti della nostra struttura bar. Ci sono dieci società, con le loro diverse esigenze, che agiscono all’interno della casa madre. A ciò si aggiunge la rigidità delle norme per i campi sintetici – che chiedono sempre qualcosa di più – al contrario di quanto succede per i campi in erba. Faccio un esempio: se prima drenava bene, perché dovrebbe cambiare qualcosa… Per l’omologazione, poi, dovremo spendere 7.000 euro: ma facciamo parte della Lega Dilettanti o la manteniamo?».
Lo sfogo
del presidente
Si sfoga Ezio Peruzzo, classe ‘47, da 52 anni alla guida della società: «Mi fa quasi paura – osserva – ma cerco di metterci passione e amore oltre alla gratitudine per Mario Basso, che la fondò nel 1951 con il nome di Esperia, cui più tardi si aggiunse San Luigi. Chiuso il campo dell’Illva, la società si spostò a San Luigi e la sede era in via dei Mille: mi ricordo che a settembre il campo aveva una bella erbetta, ma a ottobre, spariva proprio tutto...». «La zona – racconta Peruzzo – era una cava di masegni con cui, si dice, fu edificato l’Ospedale Maggiore. Dopo la guerra, furono i soldati neo zelandesi a spianarla e conservo ancora le foto: doveva diventare lo stadio di Trieste da intitolare al grande Torino dopo la tragedia di Superga del 1949. Quando fu fatto il sintetico, scoprimmo la massicciata fatta a mano». Passato da allora un po’ di tempo: «Una bella storia – sottolinea il presidente – con tanto impegno per le modifiche, molto spesso, fatte da soli: l’anno scorso, per esempio, abbiamo rifatto servizi igenici e spogliatoi con un contributo regionale di 36.000 euro, ma noi ne abbiamo aggiunti 49 mila, e non contiamo la manutenzione e l’investimento di 22 mila euro per allargare il campo».
La lotta
per i contributi
«Abbiamo fatto da cavia – ricorda Peruzzo – quando nel 1984 ci fu affidata la gestione. Bisogna riconoscere che il Comune per il campo a sette e ci ha dato una concessione trentennale che scadrà nel 2021 e non ci fa pagare l’affitto, abbiamo avuto dei contributi dalla Regione, ma per dire, il primo sintetico l’abbiamo autofinanziato. Nel 1980 abbiamo realizzato in proprio gli spogliatoi con il recupero dei materiali utilizzati dopo il terremoto del Friuli. Oggi, come presidente, mi vergogno, perché non sono adatti ad accogliere i bambini: lo sanno tutti, ma non ci appoggiano e cerchiamo di strappare con le unghie ed i denti qualche contributo, anche se siamo pronti ad agire in proprio». C’è un aggancio con il rione? «E’ un rione molto vasto – sottolinea – un po’ dispersivo, senza centri di ritrovo, come potrebbe essere un grande supermercato: noi ci proviamo anche se non è facile riuscirci. Tendiamo all’autonomia, non aspettiamo che sia il vicino a risolverci i problemi». Dai tempi eroici fino al moderno sintetico, tantissimi i giocatori a difendere i suoi colori nelle varie categorie: fiore all’occhiello, il titolo nazionale juniores conquistato nel 2004. Gran bel gruppo allenato da Paolo Krizman e molti, come Furlan, Donato, Casseler, sono ancora in campo.
I nomi
del passato
E i nomi del passato? «All’inizio della scalata dalla seconda – ricorda Peruzzo – c’erano Davor Vitulic, Roberto Savron e il “condor” Massimo Marsich, poi al Sevegliano e alla Triestina. Giuliano Cermelj, Toni e Sandro Giorgi, Max Pocecco: hanno fatto la nostra storia». Nata grigiorossa, la maglia del San Luigi si trasformò in biancoverde: «Un riconoscimento a Cesidio Busà cui dobbiamo la crescita della società che, per noi, lasciò la scuderia motociclistica che sponsorizzava». Capitolo a parte, la tradizionale sagra: «La prima fu nel 1976 – ricorda Peruzzo – con tanto di lotteria: e a estrarre i premi fu Nereo Rocco».
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