Le ultime lettere di Morovich padre del surrealismo italiano

A vent’anni dalla morte spunta un nuovo epistolario dello scrittore fiumano lo scambio di ricordi prima dell’esodo con l’amico Stefano Szollosi
Di Pietro Spirito

«Certo che narrare la nostra adolescenza a Fiume ne verrebbe fuori un romanzo, che romanzo! Il Corso, le belle sartine, i bagni a Contrida, a Molo Lungo, il caffé Budai con i giornali e le riviste di tutto il mondo, le patatine della pasticceria Sari, il viso volpino di Mayer, il fascino della parlata italiana di Ferrero, il vaporetto di Abbazia, il preside dell'istituto scientifico, la libreria Zanutel e Hromalka, il cinema Fenice (...)». Così, il 14 luglio 1978 Stefano Szollosi scriveva all’amico e scrittore Enrico Morovich, rievocando la città che ambedue avevan abbandonato con l’esodo dei giuliano dalmati nel dopoguerra. Quando i due amici si scrivono, Szollosi è emigrato in Brasile, Morovich a Genova, e il loro epistolario svela non solo la storia di una lunga amicizia, ma anche un affresco della Fiume anteguerra dove emergono tutti i temi e le suggestioni che appaiono in filigrana nelle opere di Morovich, dagli esordi nel 1929 con i racconti “Il leprotto”, apparso su "La Fiera Letteraria" diretta da Angioletti e con “Un compagno di scuola” pubblicato su "Solaria" diretta da Alberto Carocci, fino ai romanzi e raccolte di racconti “L’abito verde”, “Il baratro” e “Piccoli amanti”, finalista allo Strega nel 1991.

Ora, a vent’anni dalla morte di Morovich (la ricorrenza cadeva il 29 ottobre) dall’archivio dell’autore fiumano, affidato alla cura dello scrittore genovese Bruno Rombi, salta fuori l’epistolario con l’amico esule. Sono duecento lettere che, spiega il curatore Bruno Rombi, «si susseguono a ritmi alterni per effetto dei trasferimenti di sede dello scrittore nel corso degli anni e quindi con vuoti dovuti alla perdita delle carte». Ma anche con i salti nel tempo (1953,1958, 1976-94) il carteggio fra i due amici, aggiunge Rombi, «è importante perché aiuta a far luce sulla personalità dello scrittore e sulle sue vicende esistenziali e letterarie».

Nato a Sussak, sobborgo di Fiume quando la città è ancora parte dell’impero austroungarico, Enrico Morovich mantiene stretti contatti con gli ambienti letterari italiani fino a quando, nel 1950, lo scrittore decide di abbandonare la terra di origine. Dopo aver vissuto per alcuni anni in varie città italiane, si stabilisce a Genova nel 1958, dove risiederà per oltre trent'anni. Qui Morovich tornerà a pubblicare dopo tredici anni di silenzio, avviando una collaborazione con la rivista "Il Mondo". Nel 1990 si trasferirà a Chiavari-Lavagna, dove vivrà fino alla morte. Fu Leonardo Sciascia, in un memorabile intervento sulle pagine di "Tuttolibri" del 21 gennaio 1989 (si domandava dove fosse finito l’ di tanti racconti surreali), a rilanciare negli anni Novanta la figura e l’opera di Morovich, consolidando la sua fama di autentico scrittore surrealista, uno dei pochi in Italia e uno dei maggiori in Europa.

Lo scambio epistolare con Stefano Szollosi che ora emerge dal corposo archivio moroviciano, si aggiunge alla già ricca raccolta di lettere (da ricordare fra l’altro “Lettere a un'esule fiumana”, pubblicato nel 2007 da Campanotto), quasi tutte sempre accompagnate da disegni onirici e visionari, piccole opere d’arte che compongono un capitolo a sé nell’opera di Morovich. «Queste lettera ritrovate - conclude Rombi -, sono esempi, assaggi, note su un mondo che ormai non esiste più e che attraverso le pagine di Morovich per un verso, e di Szollosi per l'altro, può consentirci, senza malinconia, di rivedere parte della nostra storia».

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