La “Battaglia” di Knausgård fa della vita letteratura

Feltrinelli comincia a pubblicare il fluviale capolavoro dell’autore che è stato a Pordenonelegge
Di Alessandro Mezzena Lona

Per qualcuno non c’è dubbio: è lui il Proust del terzo millennio. Per qualcun altro è solo uno dei tanti scrittori capaci di costruire ghirlande di parole attorno al proprio ombelico. Un fatto è certo: Karl Ove Knausgård non si fa leggere con indifferenza. Non scivola via come un bicchiere d’acqua. Le sue storie lasciano il segno, le sue pagine acchiappano il lettore per il bavero e lo trascinano con sé in un lungo percorso.

Lui, lo scrittore di Oslo, classe 1968, che al suo debutto ha vinto il Norwegian Critics Prize for Literature, ha legato il suo nome a un’opera fluviale. Una sorta di nuova “Recherche” lunga 3500 pagine, divisa in sei volumi, che in Italia ha già fatto capolino, con i primi due tomi, tre anni fa grazie alla lungimiranza della casa editrice Ponte alle Grazie. Lui, Knausgård si è fatto pure vedere a Pordenonelegge. In un incontro in cui ha raccontato la genesi e lo sviluppo, doloroso ma anche appassionante e irrinunciabile, di “Min kamp”. Tradotto in un primo tempo con il titolo “La mia lotta”.

Adesso, un altro editore riparte da zero. Per proporre ai lettori italiani, nel giro di tre anni, la versione completa de “La mia battaglia”. Nella nuova traduzione firmata da Margherita Podestà Heir, Feltrinelli ha mandato nelle librerie in questi giorni “La morte del padre” (pagg. 505, euro 20). Altri due volumi dovrebbero comparire nel 2015, per arrivare alla conclusione del ciclo narrativo entro il 2017.

Per lanciare “La morte del padre”, Feltrinelli ha inserito sullo strillo di copertina una frase di Zadie Smith, la scrittrice britannica di “Denti bianchi” e “L’uomo autografo”: «Ho bisogno del secondo volume come il crack. Mi ha mandato completamente fuori di testa!». E il bello è che non si tratta della solita, roboante pubblicità pagata a peso d’oro. Perché chi inizierà a leggere questo romanzo finirà per desiderare di avere prestissimo tra le mani il seguito.

Un thriller? Una storia piena di colpi di scena? Un plot costruito per acchiappare anche le persone più distratte? Niente di tutto questo. Knausgård, per anni, si è tormentato attorno alla domanda «Scrivere significa portare alla luce l’esistente facendolo emergere dalle ombre di ciò che sappiamo?». E un giorno ha capito che doveva partire da suo padre, dagli ultimi giorni della sua vita, dalla morte e dallo tsunami di ricordi che si era portata dietro.

Ma attenzione: lo scrittore, che oggi vive a Malmö con la moglie e i tre figli, si è immerso nel mare della vita resistendo alla corrente. Ha distillato una materia narrativa reale e inventata. Consegnando ancora una volta alla letteratura non la quotidianità in sequenza, ma la sua copia fatta di parole e storie.

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