Ma Giorgio Lago crederebbe ancora in questa Italia e in un’Europa davvero unita

Pubblichiamo parte dell’intervento di Massimo Cacciari "L'idea madre del federalismo" che fa parte del volume "C'era una volta il Nordest - Giorgio Lago, vent'anni di giornalismo razza Piave", a cura di Francesco Jori e Gianni Riccamboni (Padova University Press).
di MASSIMO CACCIARI
È ormai tempo di collocare la figura e il contributo culturale-politico di Giorgio Lago in un contesto "grande". Egli aveva individuato le caratteristiche del "salto d'epoca" assai prima della caduta del Muro e dell'esplosione di Tangentopoli - ricordo alcun interviste e discussioni con me sulla crisi del marxismo ancora negli anni '70-'80 - ricordo la sua attenzione per i contributi di Miglio e della sua scuola "verso una nuova costituzione" nel 1983.
La crisi della tradizionale forma-partito, il nodo da sciogliere di un parlamentarismo "senza decisione", la crisi di un apparato istituzionale-amministrativo sempre più inefficace e "irresponsabile": su questi problemi strategici Lago si interrogava drammaticamente assai prima che diventassero patrimonio del dibattito pubblico. Per lui si era imposta già alla fine degli anni '80 l'esigenza improrogabile di una riforma di sistema, dell'apertura di una vera e propria fase costituente. Solo così sarebbe stato possibile uscire dalla crisi, dalla spirale di decadenza che attanaglia il Paese. I fatti gli hanno dato ragione - anche al suo pessimismo, purtroppo. Andava "a caccia" di tutte le idee che gli sembravano affrontare con serietà e competenza questi problemi. Assolutamente privo di ogni pregiudizio ideologico.
Ma tra le idee-riforma necessarie la prima, per lui, la "madre" di tutte, era quella federalistica. Il suo federalismo era concreto, storicamente fondato, pragmatico e insieme animato da una grande passione civile. Nasceva da un disincanto profondo sulla storia nazionale: un'"unità" se non senza libertà, come diceva Cattaneo, certo senza responsabilità, un centralismo deresponsabilizzante, contrario alla natura stessa della nazione, delle nazioni italiane, l'hanno contrassegnata. L'Italia sarebbe federale per la costituzione stessa del suo territorio, per la diversità degli abitanti e dei costumi, in quanto essenzialmente è storia di città e di individualità - ma di individualità universali, non "luoghi chiusi", non localismi - di città che stanno da sempre "sulle reti lunghe" dello scambio economico, della cultura, della scienza - città che, anzi, queste reti hanno inventato…Venezia, Firenze, Napoli...
Federalismo, per Lago, significava anzitutto coscienza e cultura storica - esattamente l'opposto di ogni "chiusura" egoistica; federalismo come sinonimo di responsabilità e apertura internazionale - federalismo che perciò finiva col fare tutt'uno in quello di Sturzo. Europeismo non può semplicemente significare rottura dei vecchi organismi statual-nazionalistici, ma fondazione di una nuova Europa federale, dei popoli e delle nazioni.
La sfida europea che Lago aveva ben chiara davanti, e che per il momento si è del tutto perduta, è quella della costituzione di un'unità europea politica e federalistica. Fallire in tale obbiettivo comporterà il riaffermarsi di tendenze statalistiche, di un centralismo burocratico in sede comunitaria, o, peggio, anche come reazione, di movimenti esplicitamente anti-europeisti, a tinte reazionarie e xenofobe. Si andrà allora non oltre lo stato (come Miglio sognava), ma al di qua: alle piccole patrie - a micro-regionalismi velleitari, che moltiplicano il centralismo delle "capitali". E così è accaduto - declinazioni mitologiche, vetero-nazionalistiche, dell'idea federalistica hanno finito col mascherare e basta egoismi regionalistici, localistici o, quando va bene, proteste fiscali - e tutto in senso anti-europeo. Opposta e complementare a questa tendenza: quella puramente conservatrice degli apparati politico-burocratico-amministrativi del centralismo, dominante in partiti e sindacati, operai e padronali. E la grande delusione europea - il fallimento del disegno costituzionale (che nulla peraltro aveva in sé di federalistico - neppure il principio di sussidiarietà era un suo pilastro).
Lago è rimasto tutta la vita "alla caccia" di soggetti e organismi politici che fossero in grado di interpretare un tale federalismo culturalmente-storicamente fondato, un tale liberalismo responsabile e solidale, un tale europeismo federale. Li ricercò con passione, pieno di speranza quanto di disincanto. Era religioso quasi nelle sue speranze (l'amicizia con Turoldo - l'ammirazione per poeti come Zanzotto) - era amaro nelle sue delusioni profonde. Per tutto il calvario della cosiddetta seconda Repubblica ha cercato questo "passaggio" a Nordest…
Perché un tale fallimento? Questo dovremmo oggi chiederci, per non ridurre la memoria di Lago a stanche parole. Molte le cause, troppe... Ma la lezione è almeno servita? O la crisi è così profonda ormai da rendere problematico ogni rimedio? Pseudo-partiti incapaci per anni di riformarsi e tracciare strategie non demagogiche pensano solo a sopravvivere - federalismo dimenticato, anche a causa di una crisi finanziaria che favorisce per natura politiche accentratrici - Europa "commissariata" dalla Germania…
Cosa ci direbbe oggi Giorgio Lago? Forse invocherebbe ancora, da federalista, un patto - un patto razionale-utile, nulla di "organicistico" - analogo a quello teorizzato da un grande teorico del federalismo, Elazar - un patto tra coloro, ovunque momentaneamente alberghino, per porre finalmente mano ad una fase costituente: coraggiosa riforma del welfare versus ogni corporativismo e statalismo - federalismo reale: semplificazione amministrativa, delegificazione, radicale soppressione di enti inutili, liberalizzazione del mercato del lavoro. E l'idea dell'Europa politicamente unita e federale come regolativa del nostro lavoro in ogni sede. Un patto di classe dirigente, chiaro, esplicito, trasparente, responsabile - è ancora possibile? L'ottimismo inguaribile della sua volontà avrebbe fatto rispondere a Lago di sì.
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