Quarantotti Gambini e il mistero del “Fante” censurato dalla Rai

di Alessandro Mezzena Lona
La data sembrava perfetta. Sì, perché il 4 novembre del 1961 non era una ricorrenza simbolica solo per chi voleva celebrare la Prima guerra mondiale. La vittoria italiana nella Grande guerra. In quel giorno, infatti, la Rai aveva deciso di inaugurare il nuovo canale televisivo. Il secondo. Con programmi di intrattenimento, ma anche culturali e divulgativi. E allora? Ai dirigenti dell’emittente di Stato venne un’idea: arruolare un grande scrittore, l’istriano-triestino Pier Antonio Quarantotti Gambini, e fargli scrivere il testo per un documentario che raccontasse la vita dei nostri fanti nelle trincee e al fronte.
Tutto bene? Neanche per sogno. Perché chiunque vada a controllare la bibliografia relativa all’autore de “L’onda dell’incrociatore”, “La rosa rossa”, “La calda vita”, curata dal fratello Alvise, si accorgerà che non si fa mai cenno a questa collaborazione con la Rai. E lo stesso scrittore, morto nel 1965 a Venezia, non ne parlò mai nelle interviste successive a quella data, o nelle note autobiografiche dedicate al suo lavoro. Eppure Quarantotti Gambini, il testo per il documentario lo scrisse. Con il titolo “Il ritorno del fante”. E il filmato, in qualche modo, venne messo in onda dalla Rai proprio quel 4 novembre del 1961. Con un altro titolo: “Tutti quei soldati”.
Normale chiedersi, allora: che cosa accadde? Il mistero si risolve oggi grazie al ritrovamento del testo originale. Conservato tra le carte dell’archivio Quarantotti Gambini, donato vent’anni fa all’Istituto regionale di cultura istriana e dalmata di Trieste da Alessandro De Varda, nipote prediletto di Pier Antonio e figlio della sorella Nike. E “Il ritorno del fante” (Tutti quei soldati)” (pagg.72, euro 12) esce tra pochi giorni, pubblicato in volume dalla Libreria Antiquaria Drogheria 28 con l’Irci. E verrà presentato venerdì alle 18.30, nella sede del Museo della civiltà e della cultura istriana, giuliana e dalmata di via Torino a Trieste, dal professor Giorgio Baroni. Sarà presente De Varda.
A mettere a fuoco, e risolvere, l’intricato mistero di questo incontro-scontro di Quarantotti Gambini con la Rai è un documentatissimo saggio firmato dalla docente e saggista Daniela Picamus. Lo scrittore, in pratica, decise di abbandonare al suo destino il filmato “Tutti quei soldati” perché non rappresentava più lo spirito del testo scritto da lui. La realizzazione del documentario era iniziata subito in salita, visto che il regista incaricato di trasformare le parole in immagini, Mauro Morassi, pensava di avere mano libera nell’adattare lo scritto alla sequenza di filmati che aveva messo assieme. Finì che lo stesso regista ritirò la firma, dato che non si riconosceva più in un prodotto rimaneggiato, censurato, addolcito ulteriormente dalla Rai. Senza avvertire nessuno.
È ovvio che la “grana”, come la definirono i giornali dell’epoca (e in prima fila a raccontare lo scontro tra Quarantotti Gambini, Morassi e la Rai c’era Sergio Saviane, quello dei “Misteri di Alleghe”, che dalle colonne de “L’Espresso” si divertiva a frustare la Tv di Stato), prese corpo non solo per le incomprensioni tra scrittore e regista. Convinto, l’uno, della priorità da dare al testo. Incaponito, l’altro, ad affermare l’assoluta libertà del linguaggio visivo. Ma soprattutto per la scarsa attitudine dell’autore, nato a Pisino nel 1910, di accodarsi alla trionfalistica retorica militar-patriottica che accompagnava il ricordo della Grande guerra. Lui preferì raccontare il sacrificio di tanti umili fanti. Contadini che andarono a morire sognando di tornare al più presto a casa. Che da analfabeti si rassegnarono all’obbedienza assoluta per i vertici dell’esercito. E che non riuscivano proprio a odiare il nemico, anzi.
Solo un uomo di frontiera come Quarantotti Gambini, sottolinea lo storico Fabio Todero nel saggio che chiude il libro, poteva raccontare la Grande guerra dalla parte dei fanti. Povere pedine mosse contro la loro volontà sulla scacchiera della Storia. Protagonisti inermi dell’«inutile strage», come la definiì Papa Benedetto XV.
«Anche su certe linee italiane, proprio sulle più esposte - scriveva Quarantotti Gambini -, come sul San Marco, oltre Gorizia, dove le nostre trincee erano scavate a pochi metri da quelle austriache, i soldati dei due eserciti, negli intervalli tra i combattimenti, chiacchieravano tra di loro e gli uni ascoltavano le canzoni degli altri».
Poteva passare un testo del genere? No, infatti la Rai lo massacrò.
alemezlo
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