Da Sushi Yko i sapori più veri dell’Oriente
Esistono ancora margini di novità all’interno della cosiddetta cucina etnica? Certo, per gli appassionati del settore, per dire, visto il proliferare in città di locali con gli occhi a mandorla l’offerta cinese ha ormai ben pochi segreti. Tra polli al bambù, anatre laccate e gamberi in mille preparazioni c’è di che divertirsi, raramente di che scoprire. Discorso quasi analogo per la più recente tendenza, quella legata ai locali cino-giapponesi, nati per importare cultura e sapori del Sol Levante. Anche qui, passato il primo momento di entusiasmo, si può parlare se non di appiattimento dei menù, sicuramente di una certa omologazione dell’offerta. Per questo risulta doppiamente singolare che in silenzio, quasi alla chetichella, per giunta in una zona che solo adesso sta riprendendo quota, dopo anni in cui le chiusure superavano le aperture, quella di via Madonnina, sia comparso questo “Sushi Yko”. Sorprendente, perchè quello che ha risparmiato in arredamento (in questi casi si parla di ambiente minimalista, comunque pulito e piacevole) evidentemente lo ha investito in cucina. Un’offerta, la sua, infatti, che va oltre al solito folclore dei sushi o maki serviti nella caravella o in altri contenitori vistosi, e si avvicina di molto, a partire dall’impiattamento, alla nostra, di cultura. Una differenza che si vede già dagli antipasti o, se preferite, dai piatti di accompagnamento, come amano chiamarli loro. La semplicità di un piatto di riso con gamberi e curry, prorompente nel gusto, vi fa subito capire che stiamo viaggiando dentro un livello differente dalla media, decisamente superiore sia per l’occhio che per la gola. Una prima impressione che diventa certezza quando vi viene proposto lo “Shaker Frai Roll”, che va a comporre sul bel piatto da portata una vera tavolozza artistica, dove salmone, maki con riso e alga avvolto in spaghetti molto sottili (kadaifi, che ricordano molto da vicino quello di un dolce, la baklava) convivono in spettacolare abbinata di sapore ed estetica. Il cuoco e proprietario, Dong Jingran, è a Trieste da appena tre mesi, dopo esperienze a Verona, Milano e Bergamo. Già bravo di suo, non lascia niente di intentato per distinguere il suo locale, tanto che proprio in questi giorni si è fatto affiancare in cucina da Pan Y Min, arrivato fresco fresco da Tokyo. Oltre alla collaborazione della moglie, Dong può contare nella ridottissima sala (ma un progetto di ampliamento è dietro l’angolo) sul dinamismo di Denise, triestina doc, preparatissima sui piatti che offre ai clienti.
Resta il domandone finale, quasi immancabile: una tale qualità viene a costare di più? In certi “spot” recenti, di tendenza, è stato così, qui assolutamente no: resistono, con notevole gradimento degli avventori, menù a 9.90 euro e una degustazione raramente ve ne porterà via più di 20. Che dire, banzai?
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