Se lo scrittore cambia nome

“Lei non sa chi sono io” di Mario Baudino
Non c'è forse scrittore più del triestino Italo Svevo, all'anagrafe Ettore Schmitz, in grado di mostrare le complesse valenze della pseudonimia letteraria. «Svevo dimostra bene come il cambiare nome faccia parte integrante del testo. La scelta di Ettore Schmitz è non solo quella di scrivere in italiano, ma di porsi come “autore” italiano. Il che ha un forte valore simbolico. Kurt Stucker diventerà Curzio Malaparte per ragioni in parte analoghe, pur essendo “italianissimo” e anzi un “maledetto toscano”». A parlare è il giornalista, scrittore e saggista torinese
Mario Baudino
, autore per
Bompiani
di un gustoso volume intitolato
“Lei non sa chi sono io” (pagg. 240, euro 14,00)
. Per soldi, per snobismo, per scaramanzia, per marketing di se stessi, per non dispiacere a qualcuno, per amore...per moltissime ragioni, nel corso della storia, scrittori e poeti hanno cambiato i loro nomi scegliendo di firmarsi con gli pseudonimi con i quali sono poi passati alla storia. Da Carlo Collodi (all'anagrafe Lorenzini) ad Alberto Moravia (nato Pincherle), da Joseph Conrad a Pablo Neruda, da Teofilo Folengo a Voltaire, da Umberto Saba a Pessoa, fino a Elena Ferrante, Baudino svolge un'avvincente ricognizione delle cause e delle conseguenze della scelta di uno pseudonimo.


Anche Umberto Saba all'anagrafe aveva un cognome diverso, Umberto Poli. Perché cambiò?


«In questo caso la faccenda è più complessa. C’è indubbiamente, come è accaduto a molti scrittori (uno per tutti Stendahl) un gesto netto di rifiuto del padre, anzi come ha scritto Jean Starobinski a proposito dell’autore francese, una “uccisione” rituale del padre. Il suo pseudonimo fu il frutto dei pessimi rapporti che aveva con il genitore, aristocratico e sprecone, ma anche una scelta di campo culturale, guardando alle radici ebree della madre (il termine saba in ebraico significa “nonno”) e all’amatissima balia Peppa Sabaz».


A Trieste c'è stato anche l’Anonimo Triestino, autore de "Il segreto". Che cosa ne sappiamo?


«Ormai tutto, ma è stata una storia complicata. Molto mitteleuropea. Il romanzo, uscito nel 1961 per Einaudi con un’ottima accoglienza critica, era stato proposto all’editore da Linuccia Saba, la figlia del poeta. Spiegò in termini abbastanza ambigui che l’autore, ormai morto, aveva lasciato a lei il compito di valutare e semmai far pubblicare postuma l’opera. "Il Piccolo" lo identificò subito in un grande intellettuale triestino, Giorgio Voghera, che si affrettò a smentire. I sospetti si diressero allora sul padre Guido, che avrebbe però lavorato usando i diari del figlio: un bel ginepraio, e non poco freudiano, considerato che entrambi i presunti autori erano studiosi di psicanalisi. Alla morte di Giorgio, Claudio Magris gli attribuì con sicurezza il libro, e i documenti dell’archivio Voghera, conservati all’Università di Trieste, lo confermano».


Che cosa l'ha spinta a scrivere un libro su questo argomento?


«Stavo lavorando sul caso Ferrante, mi chiesi quali fossero i precedenti interessanti. Ho scoperto che sono infiniti, si può parlare di un vero e proprio “romanzo del nome” che attraversa la letteratura. E ci apre scenari interessanti: per esempio mostra nei fatti come l’autore, sia col proprio nome anagrafico sia con lo pseudonimo, nel momento in cui scrive sta già diventando un altro. Qualcosa del genere potremmo dire che succede anche al lettore. In entrambi i casi si esce da se stessi».


E i "cambi di genere", scrittrici che si fingono scrittori e viceversa?


«Ce ne sono molti nell’Ottocento, soprattutto britannico, quando vigeva nei confronti delle donne un generale pregiudizio negativo. Le sorelle Bronte lo aggirarono cambiando sesso, presentandosi e firmandosi cioè come i fratelli Bell. Mary Ann Evans divenne George Eliot per motivi analoghi. In Francia la nobile Amantine Aurore Lucile Dupin si trasformò in George Sand ma, a differenza delle consorelle inglesi, non fece nulla per nascondere la propria identità. Si vestiva da maschio e fumava il sigaro, soprattutto per il gusto di scandalizzare i borghesi. La migrazione inversa è rara, almeno fino a ieri. Oggi alcuni autori di thriller si firmano con nomi femminili per vendere meglio. Prima era semmai un gioco: come nel caso di Prosper Mérimée, che invento un’autrice spagnola, Clara Gazul, e si fece ritrarre con adeguata e vezzosa acconciatura femminile sul frontespizio del libro. Ci cascarono in molti. Venne “smascherato” dal "Figaro"».


Prima accennava al caso di Elena Ferrante, a lungo discusso e misterioso. Che cosa è stato accertato?


«Non è che ci siano grandi dubbi sull’identità della “misteriosa” scrittrice. Un’inchiesta del "Sole 24 Ore" sui proventi e gli acquisti immobiliari di Anita Raja, traduttrice e collaboratrice di e/o, l’editore della Ferrante, e moglie dello scrittore Domenico Starnone, ha confermato una voce che girava da anni. A molti non è piaciuto il metodo, ma non è la prima volta che accade. George Eliot si tradì, almeno con amici e conoscenti, allo stesso modo: quando le arrise il successo, sbalordì e insospettì tutti comprando un sontuoso palazzo».


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