Libri che vendono? Sugli youtuber arriva la riscossa degli scrittori-poeti
MARY B. TOLUSSO
Ormai le case editrici vanno a caccia, non solo di chiunque vada in tv, ma anche di celebri youtuber, star di Musical.ly o Instagram. Insomma è diventata un’impresa vendere libri. C’è da aspettarsi che il prossimo passo sia quello di bruciare i libri veri, come profetizzava Truffaut. Libri veri, appunto. gira intorno a questi due termini il problema. Perché forse la questione non sono i divi social che spopolano in libreria. E comunque: perché una star di Internet che ha basiche (quasi nulle) nozioni di scrittura creativa, riesce ad avere tanto successo? C’è il divismo, certo, la popolarità. Ma ci deve essere anche la maturazione di un gusto sociale e quindi la formazione del lettore a quella scrittura elementare e sciatta. Quando è accaduto che si scambiasse una stupidaggine per un libro? Quando è successo che si sono sostituiti i Calvino con i Volo? I Caproni con i Catalano? Il punto è che siamo invasi da finti libri, da libri-depliant e da molti romanzi spacciati per letterari, che però non vendono.
D’altra parte sono fatti tutti allo stesso modo, una sorta di compitini che tratteggiano una storia banale, a volte di impegno politico e sociale, altre volte di formazione, pagine che non contribuiscono in nessun modo all’estetica, tanto meno a rendere un po’ più complesso l’animo del lettore. E d’accordo che le case editrici ce l’hanno fatta, a ridurre la sensibilità letteraria, ma anche il pigro lettore ha la sua colpa.
Tuttavia qualcosa sta accadendo, quasi una rivoluzione nata in sordina che sa di vero e proprio miracolo. Perché il lettore, nonostante tutto, non è totalmente stupido. Non gli si farà mai leggere poesia, però pare gradisca i romanzi scritti da poeti. Siamo ben lontani dal dire che la poesia è l’alfa e l’omega della letteratura. Ma è un dato di fatto che romanzi veramente letterari (non quelli fatti credere tali) si stiano facendo spazio risalendo dal confino di nicchia. E sono scritti da poeti. L’esempio più vistoso del momento è “La ragazza con la Leica” (Guanda) di Helena Janeczek, già vincitrice dello Strega e del Bagutta, ora in finale al Campiello e che ospite stasera al Lunatico Festival alle 20.30.
Janeczek viene dalla poesia, per esempio, e ha già portato via due premi. Come dalla poesia viene Francesco Targhetta con “Le vite potenziali” (Mondadori), anche lui nella rosa del prestigioso premio veneto. Davide Orecchio, altro finalista con “Mio padre la Rivoluzione” (Minimum Fax), non si dice poeta ma la sua scrittura ha molto a che fare con la prosa poetica. Romanzi che oltre a una storia meditano una lingua, il che non significa affatto si tratti di una lingua “difficile”, piuttosto sono voci che sanno disciplinare le parole a un effetto estetico e straniante, insomma voci che contribuiscono a introdurre uno smottamento in chi le legge.
Altri autori in versi hanno pubblicato in questi ultimi mesi ottimi romanzi: Gian Mario Villalta con “Bestia da latte” (Sem) o Alberto Cellotto con “Abbiamo fatto una gran perdita” (Oedipus Editore). Va anche detto che esistono aedi che hanno scritto romanzi mediocri. E però in genere risultano mediocri anche le loro poesie. Come esistono validi narratori che apparentemente non hanno a che fare con la quinta musa, salvo confessare che sia parte importantissima della loro ricerca (tra gli altri Omar di Monopoli, Letizia Pezzali, Andrea Tarabbia, Federica Manzon o Andrea Bajani).
E in ogni caso, il punto è questo: se esaminiamo due autori in versi e in prosa considerati entrambi accettabili, non c’è paragone. L’asticella in poesia è più alta, forse proprio perché non esiste mercato. O forse perché non esiste possibilità di semplificazione, non accadrà mai che un bravo poeta per dire amore scriva “amore” o per dire anima scriva “anima”, al contrario di molti romanzieri oggi considerati letterari, per intenderci. L’invenzione di una lingua è basica, molto più dell’ideazione di una storia, che prende forma proprio per quella lingua. Questo faceva e dovrebbe fare la letteratura: inventarsi una voce. E un pensiero libero. —
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