Tra arte e vizio gli occhi del mondo sul laboratorio del Vate a Fiume

Raoul Pupo nel nuovo libro per Laterza amplia l’analisi sul capoluogo quarnerino fino all’«urbicidio» dei giorni nostri



“Sex & Drugs & Rock & Roll” è il titolo di una canzone di Ian Dury del 1977 che diventò subito un’espressione popolare. Espressione che, almeno per i due primi elementi, si attaglia a quei folli sedici mesi tra il 1919 e il 1921 in cui Fiume fu governata da Gabriele D’Annunzio e dai suoi legionari.

L’impresa costituisce il capitolo più curioso del libro “Fiume città di passione” di Raoul Pupo (edito da Laterza, pagg. 333, euro 24,00), in cui lo storico triestino amplia l’analisi sul capoluogo quarnerino, proposta in libri come “La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della grande guerra” (Laterza) e “Fiume, D'Annunzio e la crisi dello Stato liberale in Italia” (Irsml) curato insieme a Fabio Todero, per citare due opere della sua vastissima produzione.

Iniziamo da questo capitolo perché si tratta del periodo in cui Fiume ebbe su di sé gli occhi del mondo. Perché era un caso diplomatico, un laboratorio politico, un esperimento sociale. Fiume in quei mesi divise l’Italia.



Scrive Pupo: «I giornali socialisti e filo-governativi fanno a gara nel dipingere la Fiume dannunziana come un gigantesco bordello, in cui legionari scalmanati fanno il diavolo a quattro grazie alla compiacenza di un poeta esaltato e vizioso. Ma sul piano della propaganda D’Annunzio non teme confronti e l’immagine di Fiume evocata dalle sue parole è piuttosto quella della Gerusalemme celeste». Il Vate afferma: «Nel mondo folle e vile Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: è questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo a un mare di abiezione». D’Annunzio dà il meglio di sé con un linguaggio in cui elemento religioso e politico si sovrappongono, ammalia le masse con la mistica della Patria e ne viene ricambiato con un’ammirazione sfrenata: «È un santo».

Certo che sono mesi esaltanti, dopo la guerra la gente sente il bisogno di liberarsi, sono le donne le protagoniste, ogni giornata è l’occasione di “feste dionisiache”, descritte da Giovanni Comisso che fu legionario: l’amore è libero, anche quello omosessuale, e la cocaina è benvenuta. La creatività non conosce limiti, salvo quello linguistico: tutto deve avvenire in italiano. È il paradiso delle avanguardie dadaiste e futuriste.



D’altra parte la città soffre la crisi economica del dopoguerra, tanto che si ricorre pure alla pirateria per procurarsi rifornimenti, soffre le tensioni etniche: i fatti di Spalato (uccisione di due sottufficiali italiani) e di Trieste (incendio del Balkan) si riflettono pure a Fiume dove vengono saccheggiati negozi, banche e società croate. La diplomazia internazionale non riesce a trovare una soluzione. Arriverà nel novembre nel ’20 con il Trattato di Rapallo, firmato da Giovanni Giolitti, che porterà al “Natale di sangue” con i 57 morti da entrambe le parti, legionari ed esercito italiano, che segnerà la fine del “sogno”.

Poi Fiume, come Trieste, Gorizia, Pola, Zara, insomma tutta la Venezia Giulia, diventerà periferia d’Italia con una faticosa ricostruzione che la crisi economica del ’29, importata dall’America, rallenterà. La ripresa arriverà con le guerre d’Africa ma la Seconda guerra mondiale segnerà per Fiume un altro cambiamento di bandiera e non solo: Fiume diventerà Rijeka. In pochi anni la popolazione italiana dovrà lasciare la città, per ragioni politiche, per ragioni economiche, per ragioni etniche. Le secolari mire croate si avverano: il carattere italiano di Fiume, sopravissuto per secoli a tutte le dominazioni, verrà sradicato.



Certo a fine anni Sessanta con i migliorati rapporti tra Italia e Jugoslavia saranno tenute in vita (anche per il coraggio di personaggi come il poeta Osvaldo Ramous) le istituzioni italiane, scuole, giornale, teatro, ma ormai è tardi, come spiega bene Pupo alla fine del suo libro, a Fiume è avvenuto un “urbicidio”, un fenomeno che ha connotato il ventesimo secolo, “troppo lungo” secondo Pupo. Qualche esempio: Salonicco diventata da turca a greca, mentre Smirne ha subito il contrario; la Königsberg di Kant tramutata nella sovieticissima Kaliningrad; Lwów, conosciuta dai tedeschi come Lemberg e dagli italiani come Leopoli, è diventata l’ucraina L’viv.

Che cosa resta di Fiume? Il verso di Ramous: «Città pellegrina che mi allaccia, m’inganna e mi consuma e ormai non vive che nelle parole mie e dei pochi che mi rassomigliano, veterani di fughe mancate».—





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