In quel bigotto quartiere di Montreal tutti cercano il senso della vita

Una famiglia ebrea alle prese con la religione e gli ostacoli della quotidianità. Tre personaggi principali, qualche guest star stramba e divertente ma tutti, in questo non facile romanzo d’esordio della canadese Sigal Samuel (“I mistici di Mile End”, Keller editore, pagg. 354, euro 18,00), alla ricerca di una ragione per vivere.
Premessa: Sigal, giornalista e commediografa di Montreal, conosce bene la mistica ebraica. Suo padre è stato professore di cabala all’Università di Montreal mentre il suo bis-bisnonno, un ebreo indiano di Mumbai, era un famoso cabalista. Pertanto, “I mistici di Mile End” è un viaggio immaginario proprio nel misticismo ebraico e il surreale ritratto di una famiglia ebrea disfunzionale, dei delicati equilibri che la regolano, della ricerca solitaria e disperata del senso della vita e della felicità.
A parlare e pure a scrivere in prima persona, nelle prime tre parti di questo romanzo sono Lev, il figlio, David, il padre, e Samara, la figlia. I Meyer abitano a Mile End appunto, un quartiere di Montreal in cui convivono hipster ed ebrei ortodossi. Qui Lev e Sammy passano la loro infanzia, non certo una delle più semplici visto che la loro madre muore in un incidente stradale e il padre, professore di misticismo ebraico, è perennemente distratto e assorbito dal lavoro. Qui vivono anche il bizzarro signor Katz, intento a ricreare nel suo giardino l’Albero della conoscenza con foglie, rotoli di carta igienica e filo interdentale, e il religiosissimo signor Glassman. E poi c’è il piccolo astronomo sognatore che nessuno prende sul serio: Alex, amico di Lev e perdutamente innamorato di Samara.
La morte di mamma Miriam, dolce, allegra e affettuosa, lascia una famiglia distrutta, smarrita. Era stata la religione ad averla unita a David: lei, religiosa senza ma e senza se; lui, ribelle al mondo materialista dei suoi, si era rivolto all’ambiente ortodosso e lì aveva incontrato Miriam; con gli anni, però, David rifiuta e quasi ripudia perfino la parola fede, nonostante all’università insegni religione. E il matrimonio si sgretola.
Professore piacente, vedovo consolabilissimo dalle sue allieve, gran sportivo: quando gli viene diagnosticato uno strano soffio al cuore, lui si convince che quei battiti cardiaci siano il sussurro dei segreti divini della cabala, si illude che correndo e spingendo al massimo il ritmo possa addirittura ascoltare la voce di Dio. Non ci vorrà molto perché la sua ricerca volga in tragedia ed è allora che Samara e Lev cercheranno di finire, ciascuno chiuso nel proprio mondo, ciò che era stato cominciato dal padre. Non prima, però, di aver abbracciato e poi abbandonato quello stesso mondo mistico, come i loro genitori. Samara, infatti, di nascosto dal padre, prende “ripetizioni” dal signor Glassman e sfida il papà partecipando al bat-mitzvah, la cerimonia ebraica di ingresso nella maggiore età. Ma gli occhi di fuoco di papà David la smontano, la svuotano di ogni misticismo. Lev, neutrale tanto al laicismo del padre quanto al bigottismo della sorella, opterà invece per la strada seguita dalla mamma.
È nella quarta parte del libro che la protagonista è l’indecisa Samara: nello studio della sua vecchia casa, legge gli appunti del padre sull’Albero della vita. La sua stessa vita, l’università, il lavoro in un bar, la relazione con la sua migliore amica, tutto le sembra fragile, inutile. Il senso del vivere ruota attorno alle regole dell’Albero della vita. Finché il signor Glassman non le farà capire che “il mondo non è bello, ma gli esseri umani hanno bisogno di provare a renderlo bello. Come? Non fuggendo in un mondo superiore, ma cercandolo qui, sulla Terra, nelle persone che ci circondano”. Il segreto che non è un segreto.—
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