Ottant’anni fa nasceva Gianni Menon il critico triestino che ringiovanì il cinema

Scomparso prematuramente e oggi quasi dimenticato, fu l’artefice della rivalutazione di Rossellini e tra i promotori del lavoro di Dario Fo 

il personaggio



“Che libri ci hanno fatto leggere! E come ce li hanno fatti leggere! E soprattutto quanti libri non ci hanno fatto leggere!”. Correva l’anno 1976, la rivista era la storica “Bianco e Nero” del Centro sperimentale di cinematografia di Roma, e questa esclamazione del triestino Gianni Menon in chiusura del suo saggio “Note sul teatro di Visconti, ma anche sul cinema e altre cose” - che attaccava l’opera di Luchino Visconti, massimo regista “ufficiale” di sinistra, contrapponendogli il dimenticato Ferdinando Maria Poggioli - fece breccia nei critici italiani di nuova generazione. Quelle parole, col loro spirito irriverente, incarnavano la diffusa esigenza di liberazione da vecchi vincoli ideologici e da una certa egemonia culturale, esprimendo molto bene una vena antiprovinciale e una formidabile spinta al cambiamento.

Ne era dunque autore Gianni Menon, “nato e cresciuto a Trieste, maturità classica, facoltà di Lettere” (come scrisse in un’autobiografia), critico dallo stile diretto e vivacissimo, sceneggiatore, regista e febbrile organizzatore che avrebbe compiuto 80 anni il 19 dicembre, cioè oggi, scomparso invece prematuramente trent’anni fa. Oggi Gianni Menon è per lo più dimenticato, se non per il bell’omaggio del 2009 del festival triestino I Mille Occhi, dell’importante ristampa nello stesso anno del suo “Dibattito su Rossellini” (Diabasis, a cura di Adriano Aprà, di cui riparleremo), e di poche ma significative citazioni nelle più autorevoli storie del cinema italiano.

Ma Menon, romano di adozione, grande appassionato anche di teatro e musica, amico di Dario Fo e Carmelo Bene, era stato un protagonista del processo di svecchiamento che investì la produzione culturale italiana intorno al ‘68, in particolare sul fronte sperimentale e di ricerca. A Trieste, nei primi anni ’60, prima di trasferirsi a Milano e poi a Roma, collabora col Centro universitario cinematografico (Cuc). E oggi Menon appare come la figura più importante della cinefilia triestina fra la generazione di Kezich e Cosulich, e quella successiva della Cappella Underground.

A Roma, dal ’66 al ’69, Menon è responsabile nazionale del settore spettacolo dell’Arci, e in questa veste, fra le mille attività, è artefice di un’operazione chiave per il nuovo cinema dell’epoca. In pieno ’68, nel marzo, mette in piedi a Reggio Emilia un incontro tra giovanissimi organizzatori di cinerassegne, a cui partecipano tra gli altri Enzo Ungari (poi protagonista dell’Estate romana di Nicolini), il futuro regista Paolo Benvenuti, Franco Ferrini, poi sceneggiatore di “C’era una volta in America”. Grazie all’entusiasmo di Menon, l’incontro si trasforma in un’”esperienza straordinaria”, sottolinea oggi Adriano Aprà, invitato eccellente anche se solo 28enne, costante punto di riferimento della giovane critica. «Conobbi Menon in quell’occasione – ricorda Aprà –. Mi chiamò per una conferenza che si trasformò presto in una tavola rotonda. Diventammo molto amici e ripetemmo il seminario a Venezia in novembre, accedendo alle rare copie di capolavori dell’archivio della Mostra del Cinema, dove vedemmo la versione integrale di “Europa ‘51” di Rossellini. E proprio a Rossellini dedicammo il terzo incontro, nel maggio ’69 a Pisa, dove intervenne lo stesso regista. Fu un momento memorabile».

L’obiettivo (riuscito) di quelle discussioni fu “risarcire l’opera di Rossellini dall’incuria e dalle ingiurie della nostra critica”, come scrive Menon negli atti di Pisa, “Dibattito su Rossellini” (Partisan, 1972), riferendosi in particolare alla produzione successiva al celebrato periodo neorealista. Per quel gruppo di critici, il regista romano grazie alla sua semplicità rivoluzionaria è “l’unico maestro a cui si deve se oggi qualche giovane in Italia sa filmare e/o sa vedere delle immagini”. Anche per questo, secondo Menon, “cosa più importante di tutte, vedere Rossellini ha significato sentire vivo per la prima volta il bisogno di fare cinema”.

E infatti, dopo i dibattiti, questa nouvelle vague di critici passa in parte dalla teoria alla pratica dedicandosi a significative esperienze di realizzazione. Menon scrive sceneggiature per Aprà (“Olimpia agli amici”, 1970), Peter Del Monte (“Irene, Irene”, 1975), Maurizio Ponzi (“Qualcosa di biondo”, 1984), Paolo Benvenuti (“Il bacio di Giuda”, 1988). Poi, alla Rai, come regista realizza una gran quantità di servizi, documentari, corto e mediometraggi.

Oltre a ciò, Menon si distingue per essere sempre nel cuore della vita culturale, soprattutto quando nasce qualcosa di nuovo, trascinando chiunque condividesse i suoi interessi. È tra i promotori del lavoro di Dario Fo, e nel teatro d’avanguardia romano è vicino a Leo de Berardinis e Perla Peragallo. Collabora all’Officina Filmclub ed è redattore di “Cinema & Film”, rivista dalla vita breve ma intensa (’66–’70) diretta da Aprà, modello di una cinefilia diversa da quella odierna, che amava intensamente il cinema, ma non tutto il cinema. Qui Menon scrive un memorabile saggio su “Antonio das Mortes” di Glauber Rocha, intrecciato a un’intervista col regista, simbolo del cinema politico. «Insieme a Enzo Ungari, Marco Melani, Gianni Amico, tutti scomparsi prematuramente – conclude Aprà – Gianni Menon era uno dei talenti stravaganti della critica di quegli anni. Amici partiti troppo presto». —

Riproduzione riservata © Il Piccolo