Nel Misantropo dei Sargassi il mare ricorda i migranti dimenticati

Nei versi del pordenonese Andrea Mella l’acqua rappresenta l’origine dell’esistenza e anche un fine, un obiettivo



“Il mare è un tratto chiuso/e l’infinito/una menzogna intollerabile”, è un verso tratto da “Il Misantropo dei Sargassi” (Edizioni del Foglio Clandestino, pag. 135, euro 14, 00) di Andrea Mella, autore pordenonese nato nel 1977. Un verso che è anche una perfetta sintesi di quel misantropo citato nel titolo, senza alcuna intenzione cinica, ma sufficientemente distaccato per mantenere uno sguardo abbastanza lucido: quello appunto di un infinito menzognero. Anche il fil rouge della silloge è contenuto in quel verso, il mare, ma non solo, l’acqua infatti si allarga nelle sue tante declinazioni e valenze simboliche. L’elemento liquido è centrale nei componimenti o trasversale in quasi tutti i testi. Un’acqua che contiene in sé un elemento di vita e di morte, in fondo rappresenta l’origine dell’esistenza e rappresenta anche un fine, un obiettivo, è l’elemento del viaggio per eccellenza. L’acqua è molte cose, è anche sinonimo di tragedia come si evidenzia nel poemetto “Transito”, scritto in memoria dei morti di Lampedusa, un dramma seguito da molti altri sul fronte migrazioni e che spesso tendiamo a dimenticare. La poesia in fondo serve a questo, a evocare ciò che dà senso alla vita, e più spesso a denunciare ciò che a quel senso viene sottratto.

Ma la parola in versi serve anche per cambiare prospettiva, per fare emergere uno sguardo inusuale sulla vita. L’occhio di questo articolato misantropo ha la capacità di sospendersi, di non chiudersi in verità definitive, di non tracciare un confine netto tra il bene e il male, allo stesso modo in cui il mare può rappresentare la vita e la morte. Non c’è, in Mella, un compiacimento nichilista, piuttosto la constatazione di una realtà collettiva, intrecciati e contaminati come siamo “tutti rinchiusi nell’orto umano”, un senso di pietas che potrebbe ricordare Luciano Erba, anche se lo stile è meno diretto, più sfumato, talvolta visionario, di deangelisiana memoria. Ma il merito del poeta è proprio quello di mantenere dall’inizio alla fine uno stato di pregressa nostalgia per qualsiasi inizio – umano – nonostante gli uomini siano una sorta di licheni che, a differenza dell’acqua, hanno poche possibilità di movimento. La precisione ultima è quella della parola, l’unica testimonianza feconda e possibile, Proust docet. Ma quale sarà il narrato? “Veniamo dal buio o dalla luce”, scrive il poeta “e ce ne andremo nel buio o nella luce/ senza poterlo raccontare”. —

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