Vittorio Orsenigo dall’Abissinia alle dolorose prose della notte



«A novant’anni il problema sembra il futuro; limitato o no offre due possibilità: ripensare o inventare. Spesso le due cose si equivalgono”. Quanto scrive Franca Valeri, nel frattempo giunta quasi alla soglia dei secolo, ne “La vacanza dei superstiti” calza alla perfezione al più che nonagenario Vittorio Orsenigo. Figlio di un industriale comasco, questa “sicura promessa della letteratura italiana”, secondo una definizione che si direbbe appartenere all’ironia dello stesso autore, Orsenigo ha condotto l’azienda paterna fino al 1990 e solo un decennio più tardi, stimolato dall’amico Giuseppe Pontiggia, ha cominciato a essere conosciuto come scrittore e, per il gusto del fantastico col quale ama intrattenersi, è stato accostato ad Alberto Savinio.

A guardare meglio la sua biografia si scoprono regie teatrali ospitate al Piccolo di Milano negli anni Cinquanta, mostre d’arte concettuale presentate in catalogo da Achille Bonito Oliva e libretti di poesia. Di questa poliedrica figura di intellettuale (ma anche sommozzatore e studioso delle barriere coralline) sono da poco in circolazione altri due volumi. In “L’Abissinia dell’Abissinia” (Solfanelli, 141 pagg., 12 euro) Orsenigo si cimenta con la realtà virtuale che, nel suo caso, ha le sembianze della guerra d’Etiopia e prende le mosse dalla lettura di ‘In Abissinia’, di Evelyn Waugh, quell’instant book che lo scrittore inglese aveva tratto da una delle sue corrispondenze sui generis. Scorbutico, misantropo, urticante, ammiratore di Mussolini, una vita a girare il mondo tra alcol, di cui sarebbe morto, e fandonie, sempre politically uncorrect ma bravo, tanto da trovare sempre un giornale su cui scrivere, Waugh ha stregato Orsenigo. Che si trova talmente bene tra quelle pagine che decide di abitarle. Non gli basta il piacere di leggere e immaginare. Va oltre. Eccolo materializzarsi in un albergo di Addis Abeba nel 1935, dove si trovano i corrispondenti di guerra che fiutano l’addensarsi nell’aria dei venti di guerra. Personaggio in mezzo agli altri, Orsenigo entra ed esce dal suo viaggio nel tempo, accomunato a Waugh da una prosa elegante e ironica, in cui si riconosce il suo timbro personalissimo, la vena surreale.

“Di male in peggio” (Asterione, 154 pagg., 16 euro) raccoglie invece riflessioni, brevi prose scritte sul limitare della notte quando il sonno tarda a venire, e in cui questo grande eccentrico ci mette faccia a faccia con la mancanza di senso dell’esistenza umana, ma lo fa - scrive Roberto Barbolini – «pattinando sulla crosta di ghiaccio che ricopre il baratro dei nostri dolori». —



Riproduzione riservata © Il Piccolo