Addio a Toni Morrison Premio Nobel e voce libera contro ogni razzismo

La scrittrice, prima afroamericana a ricevere il massimo riconoscimento per la letteratura, è morta a 88 anni

la scrittrice

sergia adamo

Una donna anziana, saggia, e cieca; davanti alla quale si presentano dei ragazzini che tengono tra le mani un passerotto chiedendole, con aggressività, di dire se il passerotto è vivo o morto. «Non so se è vivo o morto», risponde la donna dopo un lungo silenzio «ma quello che so di sicuro è che è nelle vostre mani». Come a dire che quei ragazzi hanno il potere di uccidere, o forse l’hanno già fatto; ma con quella risposta la donna riconfigura completamente la posta in gioco e punta il dito contro la violenza insita nell’azione di disprezzo e beffa cui sia lei sia il passerotto sono stati sottoposti.

Con questa immagine e con queste riflessioni Toni Morrison, la grande scrittrice americana morta ieri a New York all’età di 88 anni, aveva inaugurato nel 1993 il suo discorso di accettazione del Nobel per la letteratura. E aveva spiegato, in quella occasione, che la donna, saggia e cieca, rappresentava per lei tutto ciò che si può identificare con l’idea stessa della letteratura, con la scelta di scrivere, con l’essere una scrittrice con una grande esperienza alle spalle e una responsabilità politica sempre davanti a sé; e che il passerotto altro non era per lei che il linguaggio, sempre sull’ultima soglia, sempre minacciato, ma di cui una scrittrice deve prendersi cura per evidenziarne la condizione di pericolo. Con Morrison viene a mancare una voce cruciale della letteratura e della cultura mondiale, e non solo perché è stata la prima afroamericana a essere insignita del Nobel. Prima di esordire, nel 1970 con L’occhio più azzurro, una storia che racconta il senso di inadeguatezza che sfocia in tragedia di una ragazzina afroamericana durante la seconda guerra mondiale (cui sarebbero seguiti a stretto giro Sula, Il canto di Salomone, Tar Baby), aveva lavorato a lungo come editor per Random House. E in quel contesto aveva fatto un lavoro strenuo e pioneristico di scoperta e riscoperta di voci marginali e minoritarie del mondo afroamericano, soprattutto al femminile, ma non solo. Nel 1992 aveva pubblicato un testo critico che resta fondamentale per ragionare sull’intreccio tra genere, razza e scrittura letteraria, Playing in the Dark. E a partire da quella data avrebbe pubblicato testi significativi come Jazz, Paradise, Love (molti dei quali, dopo essere spariti dalle librerie italiane per anni, sono da poco di nuovo disponibili in accurate traduzioni nel volume dei Meridiani Mondadori curato da Alessandro Portelli e Marisa Bulgheroni).

Ma non c’è dubbio che il suo grande capolavoro, quello per cui è impossibile non annoverare il nome di Morrison tra quelli dei grandi classici, è stato e rimane Beloved (Amatissima) del 1987. Un romanzo di grande durezza, e di straordinarie intensità e complessità, la storia di una donna, fuggita dalla schiavitù negli anni della guerra civile americana, che nel momento in cui si trova a rischiare di subire di nuovo quella condizione insieme con i suoi figli, non riesce a fare niente altro che uccidere la propria bambina, amatissima, portando l’amore materno alle sue conseguenze estreme. Morrison aveva trovato questa storia in un trafiletto di un giornale dell’epoca, da quelle poche parole isolate in un resoconto freddo e stringato ha tratto una narrazione frammentata e difficile, come sono tutte le storie di violenza, che non riescono a uscire dal circolo vizioso della riproduzione della violenza stessa, che non è facile raccontare; storie che devono essere dimenticate per poter andare avanti, ma che devono anche essere tramandate, in un doppio legame con cui la scrittura di Morrison ha saputo dare conto del suo essere donna e afroamericana, e della condivisione di queste definizioni. La scrittrice non ha mai rifiutato di identificare se stessa e il suo lavoro con queste definizioni, che potrebbero sembrare solo etichette e cliché, ma che proprio grazie a lei hanno avuto spazio, voce e ascolto. Perché la scrittura di Morrison mette all’opera non una banale empatia, ma la condivisione di un senso di responsabilità che l’autrice sentiva nei confronti dei suoi personaggi e delle loro storie e che si impone immancabilmente a chi legge. Lo aveva detto lei stessa nel già citato discorso del 1993, immaginando le lapidarie parole con cui la donna cieca rispondeva ai ragazzini: «in ogni caso, la responsabilità è vostra». —

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