Negli anni Settanta Alice e i suoi amici vivono la stagione dell’utopia

la recensione
Gli anni Settanta a Trieste. “Il tempo era adesso” (Scatole Parlanti, pagg. 266, euro 15) di Erica Mastrociani è un romanzo generazionale, con al centro un gruppo di adolescenti che diventano adulti in un periodo tumultuoso e di grandi cambiamenti.
Alla seconda prova dopo il precedente “Vittoria”, del 2015, anch’esso ambientato a Trieste e anch’esso focalizzato sul cammino verso la maturità, Mastrociani confeziona un’opera intensa, divisa in capitoli intitolati a ognuno dei protagonisti: Alice, Diego, Antonia, Stefano e altri, di cui si raccontano le vicende intrecciate. Una comitiva seguita in giornate fatte di cose ordinarie, di telefonate col gettone, di dischi al vinile, di edizioni serali del telegiornale, di osterie economiche, di appuntamenti in piazza. Un mondo cronologicamente dietro l’angolo e insieme lontanissimo, colto dalla visuale di chi frequenta i cortei, le manifestazioni, i picchetti, gli scioperi, le assemblee, chi il partito e chi no, comunque tutti uniti da una visione del presente e del futuro, da una prospettiva che tange la politica, abbracciata da certuni in maniera totalizzante e da qualcun altro con timidezza o addirittura indifferenza. Marco prende la tessera del Pci spinto dal bisogno di sentirsi grande, Nino è invece refrattario a qualsiasi tipo d’inquadramento. Sono biografie inventate, con agganci alla realtà, studenti e studentesse che il destino congiunge e separa.
Sullo sfondo c’è la storia con la S maiuscola: il colpo di stato cileno, il rapimento Moro, il tentato golpe di Borghese, l’avvicinamento di Berlinguer alla Democrazia cristiana, il referendum sul divorzio; notizie che si diffondono in un battibaleno e che inducono a interrogarsi. Le ansie e le inquietudini di una nazione, ma pure la sua capacità di superarli, hanno un corrispettivo negli ostacoli esistenziali affrontati con coraggio dai primattori e dai comprimari del romanzo.
Né vengono evitati argomenti delicati, toccati con sensibilità e finezza, quali la malattia, la paura della morte, fino alle domande su Dio. Le prime cotte, le delusioni del cuore, le difficoltà del crescere, la scoperta del sesso: sono questi i fili di una trama semplice, dove in apparenza accade poco d’eccezionale, costruita intorno a episodi quotidiani ma d’enorme importanza per chi li vive. È la dimensione in cui l’autrice si muove: quella interiore degli esseri umani. E se le identità dei giovani passano attraverso differenti scelte politiche e differenti simboli (destra e sinistra, missini e comunisti, capelli corti e capelli lunghi), l’amicizia e gli affetti rimangono le colonne portanti del volume.
Con un salto temporale di vent’anni, nelle pagine finali ritroviamo gli stessi personaggi invecchiati, artefici di scelte discordanti, eppure abbastanza forti da saper riallacciare i contatti non appena l’occasione si presenta. Dopo decenni di legami allentati, incontriamo uomini e donne cambiati sì nel corpo, ma non davvero nell’anima. «Non è molto diversa» dice Diego di Francesca quando si rivedono nel 1993; «È ancora lui», afferma lei di rimando. E finalmente sboccia l’amore.
I ragazzi e le ragazze di ieri sono diventati oggi politici, insegnanti, operai, o soltanto padri e madri alle prese con gli stessi problemi, le stesse fatiche, la stessa gioia di vivere dei padri e delle madri del libro. Da avere, per ripensare e capire. –
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