Muti chiama Riccardo Rados per l’Aida «Sarò il messaggero all’Arena di Verona»

Il tenore triestino nell’opera in cartellone a giugno del prossimo anno per i 150 anni dalla prima rappresentazione 

l’intervista



Le date sono già in programma: 19 e 22 giugno 2021. Riccardo Muti è chiamato a dirigere l’Aida all’Arena di Verona, aprendone il cartellone. Saranno esecuzioni in forma di concerto, due appuntamenti destinati a segnare il suo ritorno all’Arena dopo quella sua unica volta del 7 agosto 1980, con un Requiem di Verdi a soli cinque giorni di distanza dalla strage di Bologna: tra le voci, spiccava quella di Montserrat Caballè. Altri tempi. Dell’Aida nel 2021cadranno i 150 anni della prima rappresentazione, avvenuta a Il Cairo. E del cast, oltre al Radamès di Francesca Meli e a Sonya Yoncheva nel ruolo del titolo, farà parte anche il ventottenne tenore triestino Riccardo Rados, nella parte del messaggero.

Come ha saputo di essere stato scelto da Muti per la “sua” Aida?

«Da Google - risponde Riccardo Rados -, dove ho letto del ritorno del Maestro Muti all’Arena dopo quarant’anni».

Non sarà la prima volta con Muti…

«No, sarà la seconda. Con lui ho già fatto “Macbeth”, nel 2018: al Maggio Musicale Fiorentino, a Ravenna e a Norcia, dove però sono stati presentati soltanto degli estratti dell’opera, dedicandoli all’Umbria terremotata».

Come nasce il rapporto con il grande direttore?

«Ho fatto delle audizioni a Ravenna, nell’ambito della sua Italian Opera Academy: alle prime due c’era la moglie del Maestro, mentre alla terza c’era anche lui. Cercavano dei cantanti e sono stato scelto per il ruolo di Malcolm, appunto nel Macbeth, e per altri ruoli all’interno della “Trilogia d’autunno”, sempre del Ravenna Festival, ma, in quella occasione, non sono stato diretto da Muti».

In quali opere della Trilogia d’autunno ha cantato?

«Nel 2018 in Nabucco, nel ruolo di Ismaele, che ripeterò l’anno prossimo all’Arena, mentre nel 2019 ho sostenuto la parte del Messaggero nell’Aida (proprio quello che sempre all’Arena farò nel 2021, con Muti), Remendado in Carmen e Pollione in Norma».

Come si è trovato a lavorare con Muti?

«Come ci si può trovare a lavorare con il migliore. Con lui occorre essere in una “modalità spugna”: assorbire il più possibile dai suoi insegnamenti. È molto espressivo, severo quando necessario. Del resto, qualsiasi direttore deve alzare dei paletti per farsi rispettare dall’orchestra e dai cantanti».

Qual è il suo rapporto con il Verdi di Trieste?

«Ottimo. Siamo sempre in contatto. Al Verdi ho cantato Nabucco e Madama Butterfly. Invece, quest’anno, a causa del Covid, è stato cancellato Macbeth, in cui avrei dovuto essere ancora una volta Macduff».

Lei è un prodotto triestino…

«Sono nato a Contovello, ho studiato al Tartini e, poco prima di terminarlo, ho cominciato a lavorare grazie a qualche produzione itinerante tedesca. Poi, son tornato in Italia, per provare a far carriera e ho partecipato a quelle audizioni al teatro Alighieri di Ravenna, cominciando subito con Muti».

Insomma, per un giovane che voglia intraprendere l’attività di cantante lirico dei margini di inserimento ci sono…

«È sicuramente molto difficile: ci vuole una passione pazzesca, sempre studiare, mai mollare e mai ascoltare chi è pronto a buttarti giù. Per fortuna, Trieste di grandi cantanti ne ha avuti: penso a Cappuccilli, Cossutta, ora a Daniela Barcellona. Sì, in città abbiamo una buona scuola. Un triestino, quindi, ce la può fare».

Si sente di dire grazie a qualcuno?

«Sicuramente a mio padre Roberto, diplomato in violino e corista del Verdi, oltre che a Cristina Mazzavillani, la moglie di Muti, che per me è grande quanto il Maestro».

Da qui al 2021, quali altri impegni la attendono?

«In alcuni teatri dell’Emilia Romagna farò l’Aroldo di Verdi a gennaio-febbraio 2021; sempre il prossimo anno sarò impegnato al San Carlo di Napoli e ancora all’Arena di Verona per Nabucco, Turandot, Pagliacci e nell’Aida in forma scenica». —

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