L’avventura di Loudovikos Skarpas lo “Schindler” che aiutò gli ebrei greci a Trieste

Silva Bon pubblica per l’Irsrec Fvg un saggio che ricostruisce la figura del diplomatico che si oppose al fascismo tra il 1938 e il 1940 

La recensione

Loudovikos Skarpas, che in veste di console greco a Trieste dal 1938 al 1940 aiuta molti ebrei ellenici a sfuggire alle vessazioni delle leggi razziali fasciste, è il protagonista del nuovo libro di Silva Bon “Loudovikos Skarpas. Il Consolato Greco a Trieste negli anni della Shoah (1938-1940)”, pubblicato dall’Irsrec Fvg (pagg. 120, euro 18) con prefazione di Anna Maria Vinci e postfazione di Efstathios Loukàs. Il libro è stato presentato ieri all’Antico Caffè San Marco di Trieste, con l’autrice e gli interventi, fra gli altri, di Anna Maria Vinci e Mauro Gialuz, presidente dell’Irsrec Fvg. Appoggiandosi a una vasta messe di documenti, letti e spiegati con la chiarezza di chi è abituato a fare ricerca muovendosi con disinvoltura nelle carte d’archivio, l’autrice fornisce una panoramica precisa delle strategie messe in atto da Skarpas per difendere famiglie intere dalla svolta antisemita intrapresa dal regime mussoliniano.

Loudovikos Skarpas, il console greco che aiutò gli ebrei triestini

Ex console in Albania, in servizio nella città adriatica dal marzo del 1938, Skarpas si prende carico del destino non soltanto di israeliti greci e in particolare corfioti, ma pure d’altra nazionalità. Per soccorrerli egli “corre sul filo del rasoio”, per usare un’efficace espressione dell’autrice, muovendosi nei labirinti della burocrazia, cercando di piegare norme e codici a proprio vantaggio, inserendosi negli interstizi di una legislazione infausta per riuscire a raggirarne le misure oppressive. Come? Mediando con le autorità, firmando fogli di via, facilitando gli espatri, contribuendo di tasca propria ad alleviare le condizioni disperate dei più poveri, senza mancare di agevolare i benestanti. Quanti decidono d’abbandonare Trieste si dirigono o in madrepatria o verso Lisbona, punto di partenza per raggiungere le Americhe.

L’apporto di Skarpas è fondamentale per la buona riuscita di questi progetti. Le fonti raccolte ed esibite dall’autrice sono su ciò inequivocabili, testimonianze perspicue di un’azione che procura al console numerose grane: prima il ministro degli esteri Galeazzo Ciano gli intima d’allontanarsi dall’Italia, poi è l’ambasciata greca a redarguirlo, pretendendo delucidazioni sul suo operato e ingiungendogli infine di rifiutare ogni richiesta di passaporto avanzata dai professanti la religione mosaica.

Skarpas non demorde, facendo ricorso alle sue doti diplomatiche, abbinate a un senso civico e a una sensibilità umana sempre più difficili da conservare nella temperie del periodo. Le conversioni al cattolicesimo, al protestantesimo e talvolta verso la Chiesa ortodossa, motivate da bisogno di riparo, non evitano agli ebrei le persecuzioni, a ragione dell’interpretazione in chiave biologica che nazismo e fascismo danno di un antisemitismo promosso a legge di stato, presumendo di distinguere in base al sangue i cittadini degni dagli indegni, gli ariani dagli inferiori. Poche sono le abiure a Trieste, ma quelle che si verificano fanno scalpore e creano le premesse per futuri rammarichi e sentimenti di vergogna, aggiungendo ulteriore pena a coloro che devono sopportare, dopo la liberazione, la cosiddetta sindrome del sopravvissuto. Le leggi razziali decapitano le principali industrie e compagnie d’assicurazioni triestine, dalle Generali alla Ras, che contano parecchi ebrei fra i quadri, i dirigenti e i funzionari. L’attacco italiano alla Grecia, il 28 ottobre 1940, rende i protetti del console doppiamente vulnerabili, esposti alla taccia di essere insieme ebrei e quinta colonna del nemico. Consapevole delle nubi che si addensano all’orizzonte, dall’inizio dell’anno Skarpas aumenta i suoi solleciti a prefetture, questure, uffici e comitati d’emigrazione in Italia e all’estero al fine di mettere in salvo quanti più ebrei possibile, ma i margini di manovra che ha sinora sfruttato sono in procinto di scomparire per sempre. In estate viene sostituito e al momento della dichiarazione di guerra i rapporti fra Italia e Grecia cessano del tutto. Corredato da una prefazione di Anna Maria Vinci e da una postfazione di Efstathios Loukàs, il volume di Silva Bon porta all’attenzione una figura esemplare che, disinteressandosi della carriera e nonostante il clima intimidatorio che la circonda, ha optato per una forma efficace di disobbedienza, di resistenza alla barbarie imperante. —
 

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