Caccia ai finti umani in rete che stravolgono le elezioni e scrivono recensioni false

Sono programmi automatici che non destano sospetti Contro la Clinton Trump scatenò una “great meme war”
Viola Bachini



“Su internet, nessuno sa che sei un cane”. La vignetta di Peter Steiner pubblicata nel "The New Yorker" risale a quasi 30 anni fa eppure è ancora attualissima. Online non possiamo sapere come sia fatta la persona dall’altra parte dello schermo, né conoscere il suo vero nome. E quando iniziamo a discutere sui social, spesso lo facciamo con degli sconosciuti. Spesso anche quando i loro profili sono palesemente falsi (assenza di foto e informazioni personali o pseudonimi), nonostante la regola chiave “don’t feed the troll” (cioè non dare retta a chi fomenta volontariamente le discussioni).

Eh sì, ad essere false non sono solo le notizie – le famose fake news, sulle quali ci stiamo lentamente “vaccinando”, attivando meccanismi di controllo nonostante la manipolazione dell’opinione pubblica sia sempre un grave problema – ma anche le persone. Su internet la probabilità di incontrare un profilo fasullo è altissima: c’è chi nasconde la propria identità o si spaccia per qualcun altro, e poi ci sono i social bot, programmi automatici in grado di imitare il comportamento degli umani senza destare sospetti. E proprio da qui è partita l’indagine che ho realizzato insieme a Maurizio Tesconi, “cacciatore di bot”, ricercatore dell’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr di Pisa.

In “Fake people” andiamo proprio a esplorare il mondo dei social bot, programmi automatici in grado di imitare il comportamento degli umani senza destare sospetti. A volte possono salvare le vite – tra tutti INGVTerremoti, un programma che fa partire tweet di allerta automatici in caso di sisma – mentre in altri casi possono potenzialmente rovesciare i destini di un Paese.

Le elezioni statunitensi, quelle del 2016 prima e quelle del 2020 poi, sono emblematiche: durante la campagna elettorale per le Presidenziali del 2016 «i supporter di Trump hanno attaccato a suon di meme la sua avversaria Hillary Clinton, dando vita a quella che è stata definita Great Meme War». Parte di questo veleno fatto di meme, fake news e retweet automatici, arrivava dalla Russia. Stando alle inchieste giornalistiche che hanno ricostruito i fatti a posteriori, sembra che all’interno della fabbrica delle bufale ci fossero due dipartimenti ben distinti: quello che si occupava dei post in russo e quello che produceva contenuti per il pubblico americano. Pare anche che tanti dipendenti aspirassero a lavorare per condizionare le elezioni statunitensi, anche perchè la paga era più alta.

Per influenzare la campagna elettorale americana, gli account dell’Internet Research Agency – la famosa “fabbrica dei troll” portata alla luce da un’inchiesta del New York Times - si occupavano dei temi più caldi della campagna elettorale, tra cui immigrazione, Islam e diritti dei neri.

Oltre ai macrosistemi politici, non mancano anche dinamiche più “quotidiane” ma non per questo meno dannose: per esempio il mercato delle recensioni false, una piaga difficile da estirpare, nonostante l’impegno delle piattaforme di e-commerce. La posta in gioco è alta, visto che la quasi totalità degli utenti nei sondaggi dichiara di farsi influenzare dalle recensioni degli altri. Proprio a inizio maggio 2021 Safety Detectives ha individuato un data breach con un database con 7GB di recensioni false (i record relativi ai falsi recensori sono circa 13 milioni) su Amazon e più di 200 mila utenti coinvolti, rilevando la pratica di acquisto recensioni da parte di diverse aziende che sono scomparse dall’e-commerce. Aukey, Mpow e Tomtop sono solo alcuni tra i nomi che sono scomparsi dall’e-commerce, insieme ad altri brand cinesi. —



Oggi, al Miela, dalle 18 alle 18, Viola Bachini, comunicatrice scientifica, Maurizio Tesconi, esperto di cyber intelligence, e Alessandro Tavecchio dell’unità di comunicazione della Sissa, parleranno di “Fake People, storie di social bot e bugiardi digitali” (Codice).

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