«Nessuna analogia con il caso Tocai»

No a farsi intrappolare dalle pastoie burocratiche, sì alla difesa della denominazione, buona e innovativa l’idea di una doc transfrontaliera. Dal versante nordoccidentale dello Stivale Carlin Petrini butta un occhio, nel contempo incuriosito e preoccupato, sulla questione Terrano. E commenta: «Non si può far finta di niente». «Mi ricordo - prosegue - quando 35 anni fa incontravo per la prima volta i vignerons del Carso e mi rendevo conto di quanto il Terrano fosse amato da chi lo faceva. E anche un langarolo come me ha finito con l’apprezzarne la sua ruvidità, le sue interessanti peculiarità».
Petrini, nato 66 anni fa a Bra, è fondatore di Slow Food, in gioventù studiò sociologia a Trento, fece attività politica nella sinistra radicale, dalla metà degli anni Settanta si è dedicato all’enogastronomia. Ha partecipato alla nascita di Gambero Rosso e di ArciGola. Ha ideato manifestazioni come “Chese”, “Salone del gusto”, “Terra madre”. Collabora a “Repubblica”.
Un nuovo caso Tocai? Ci scippano anche il Terrano?
No, il caso Terrano non è paragonabile a quanto avvenne con il Tocai. Nel senso che per il Terrano la situazione è più grave. Perchè sulle origini del Tocai e sulla diffusione in Italia, ci potevano essere riserve: lo ricordiamo alla corte di Vienna, nel nostro Nordest potrà aver avuto una memoria - diciamo - di cent’anni. Invece il Terrano ha una sua identità e una sua storicità plurisecolare indiscutibili, dal punto di vista dell’ampelografia, del vino, del vitigno. L’Italia non può affrontare la questione Terrano con la stessa semplicità con cui trattò la vicenda Tocai.
Quindi il governo italiano deve tenere il punto?
L’Italia ha il dovere di difendere le caratteristiche di questo prodotto, non può farla passare liscia. Poi però ci sono le possibilità della politica ...
Trovando un accordo con la Slovenia?
Credo che sia una strada percorribile in una logica di lavoro unitaria, condivisa. Quella della Doc transfrontaliera sarebbe una soluzione all’insegna della nuova Europa, in un’ottica non divisiva ma collaborativa. Ma non dobbiamo proporla e discuterla, come dire, per grazia ricevuta, perchè la posizione dei produttori del versante italiano è forte: il Terrano ha la stessa identità con sfumature diverse, la terra è la stessa dal punto di vista enologico. Per me la Doc unica è una gran buona idea, molto stimolante dal punto di vista commerciale. Bravi viticultori, un marketing azzeccato, la prima in Europa...
Lubiana sostiene di aver depositato il marchio ancora nel 2004 e difende l’esclusività del marchio.
La madre dei furbi è sempre gravida. Un atto amministrativo e una circolare ministeriale non bastano a cambiare la storia di un vino. Credo si debbano ricercare soluzioni all’insegna dell’armonia e a beneficio dei viticultori.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








