Migranti di ieri e di oggi, sofferenze simili

In televisione, tutte le sere, scorrono immagini di volti: si vedono la fatica, il dolore, la paura di Abdul, o forse si chiama Mugambi, e vengono in mente altri nomi, Franco…o forse si chiamava Mario…
Guardando la televisione, osservando facce attonite e sofferenti africane e mediorientali, e quegli occhi sgomenti spalancati verso un futuro ignoto, quanti di noi potrebbero sovrapporre quelli di propri parenti, amici, conoscenti che sessant'anni fa arrivavano su analoghe banchine avendo lasciato casa, affetti, memorie, in un esodo fatto di necessità e ideali che costringeva a lasciare la propria terra… l' Istria?
Per un triestino, accanto alla jota, alla bora e al panino di porcina col kren, le storie degli esuli istriani sono cultura locale, aria di casa.
Per un triestino è impossibile non esser stato coinvolto nella tragedia di tutti quegli italiani, che, ad un certo punto della propria storia, per rimanere tali, hanno dovuto distaccarsi dolorosamente da tutto ciò che li rappresentava, ammassando in vecchi depositi della prima città italiana che potevano incontrare, Trieste appunto, le piccole trasportabili testimonianze della propria intima storia, della propria vita vissuta fino a quel momento.
Identici, i migranti di ieri e quelli di oggi, ad affrontare l'incertezza per quel futuro che, nella fuga da una vita non più possibile, appare, seppur spaventoso nell'indeterminatezza dei suoi contorni, comunque luminoso come una promessa.
Identici in uno scenario di accoglienza che li fa sentire soccorsi, aiutati, compresi e compatiti e allo stesso tempo rifiutati, denigrati, abbandonati, guardati con sospetto e a volte ostilità.
Persone la cui lotta è solo all'inizio, la cui stanchezza del viaggio si mescola a quella che li sfinirà nel ricostruirsi adattandosi a nuove regole, creando nuove relazioni e soprattutto cercando di guadagnarsi, se non la stima, almeno la tolleranza di chi li ha accolti sentendosi invaso e minacciato dal dover dividere uno spazio che forse non era pronto e disposto a cedere così facilmente.
La guerra è di tutti, di chi vince e di chi perde, ma anche di chi scappa e di chi accoglie.
E' guerra la fatica di imparare, il non riconoscersi al primo sguardo, il condividere le diversità, vivere il mutamento, l'evoluzione di una società.
Spegnendo il televisore pensiamo che Abdul, Mugambi, Franco, Mario e noi siamo qui, tutti assieme, ognuno con la propria storia e il proprio ruolo, ognuno con la propria guerra, tutti impegnati sullo stesso fronte che si chiama cambiamento.
Stefano Pasquotti
IV D
Liceo Oberdan
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