Il sostegno al reddito “parla” straniero

Sono 339 le domande accolte contro le 306 degli italiani, ma il sorpasso non riguarda le altre realtà del Mandamento
Di Tiziana Carpinelli

La sperimentazione del reddito minimo in Friuli Venezia Giulia vede a Monfalcone il maggior numero di domande accettate a firma straniera. Unico caso nell’Isontino, un’eccezione almeno come lo è - pur in senso opposto - Doberdò del Lago, dove invece nessun extracomunitario è stato “premiato” e l’unica richiesta depositata risulta non ammessa, la città dei cantieri registra da novembre (data d’esordio del provvedimento) fino al 31 marzo scorso un totale di 645 pratiche positivamente avviate. Di queste 306, cioè il 47,4%, investono italiani e 339, vale a dire il 52,6%, stranieri. A Doberdò, Fogliano, Grado, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, San Pier, Staranzano e Turriaco, il rapporto appare invece solitamente invertito con una trazione maggiore a quota tricolore.

E del resto, a osservare i numeri, il dato non fa che confermare semplicemente la composizione demografica della popolazione monfalconese. Che in totale controtendenza rispetto a Gorizia e al resto dei comuni del Basso Isontino, continua a crescere, soprattutto per merito dell’immigrazione, fenomeno in grado di compensare un saldo naturale (il rapporto tra nati e morti) che rimane negativo.

Stando ai dati recentemente forniti dai Servizi demografici, infatti, la città dei cantieri ha chiuso il 2015 con 28.258 residenti contro i 28.122 dell’anno prima (+0,5%). Di questi, italiani risultano 22.482, pari al 79,56%, mentre stranieri 5.776, ovvero il 20,44%. Abbattuto anche il rapporto 1 a 5, dunque, e forte di una composizione familiare solitamente numerosa, la compagine comunitaria ed extracomunitaria al momento di raccogliere il sostegno economico disposto dalla Regione ha sbaragliato la concorrenza nazionale. Anche perché in frequenti casi si tratta di nuclei giovani, spesso privi di abitazioni proprie e costretti a risiedere in alloggi assunti in locazione, monosalariali, pertanto in grado di reggersi solo sul lavoro del pater familias. E già la titolarità di un bene immobile rende più difficile l’accesso al “bonus” visto che incide sull’Isee. Il reddito di sostegno introdotto dalla Regione, infatti, fissa tra i criteri di assegnazione un Isee di 6mila euro, che come qualcuno ha detto esclude dalla possibilità di accedere alla forma di aiuto tutti i pensionati che hanno sì un piccolo alloggio di proprietà, intuibilmente frutto di sacrifici di una vita, ma vivono con una pensione minima di 400 euro e dovendo fronteggiare le insidie dell’avanzare dell’età di certo non se la passano bene. Per contro, secondo quanto trapelato dagli uffici comunali, pare che tra i maggiori assegnatari del contributo vi siano proprio giovani sui trent’anni.

La circostanza che a Monfalcone oltre la metà delle domande accolte riguardi stranieri, come detto logica conseguenza della demografia del territorio, ha però scatenato le “ire” della Lega Nord, che immaginando un epilogo del genere aveva chiesto giorni fa numi e soprattutto numeri agli Uffici dell’ente locale, per vederci chiaro. C’è tuttavia da dire che proteste simili si sono avute anche nel capoluogo provinciale, dove il 41,8% delle misure di contribuzione previste dalle norme regionali sul sostegno al reddito erogati dall’Ambito Alto Isontino sono appannaggio di cittadini stranieri.

Facile immaginare che tra le 339 domande accolte in città la parte del leone la faccia l’etnia bengalese, che del resto rappresenta da sola il 34% dei 5.776 non italiani, seguita a ruota da quella rumena (17%). Quanto al “pacchetto finanziario” disponibile, si parla di 2 milioni 75mila euro annui (da novembre 2015 a ottobre 2016), di cui 1.085.478 dunque diretto a stranieri (3.202 euro pro capite). Intanto di ieri il commento del capogruppo dem regionale Diego Moretti su recenti polemiche sul tema: «In risposta a una facile demagogia, con il sostegno al reddito possiamo dire di aver approvato una norma che ha centrato l’obiettivo: intervenire sulle povertà non solo con una misura assistenziale, ma anche con la sottoscrizione di un patto di inclusione». «La legge 15 del 2015 non è affatto ideologica, anzi, è pragmatica - afferma -. Ma di questi tempi è più facile fare polemica che entrare nel merito delle cose». Stante il carattere sperimentale di tre anni, nella norma è comunque previsto, dopo la prima applicazione, «un monitoraggio che servirà a correggere e tarare meglio la misura».

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