Il saluto di Possamai ai lettori del Piccolo

Andrà a dirigere le testate venete; a Trieste primo giorno di lavoro per Enzo D'Antona
Paolo Possamai: dopo Il Piccolo va a dirigere i quotidiani veneti del Gruppo Finegil
Paolo Possamai: dopo Il Piccolo va a dirigere i quotidiani veneti del Gruppo Finegil

Enzo D’Antona è il nuovo direttore de Il Piccolo da oggi, mercoledì 20 aprile. Succede a Paolo Possamai che va a dirigere i quattro quotidiani veneti del Gruppo Finegil (Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso, La Nuova Venezia, Il Corriere delle Alpi).

D’Antona, cresciuto professionalmente all’Ora di Palermo, ha lavorato a Milano al settimanale Il Mondo come inviato di economia, per poi approdare a Repubblica dove ha ricoperto diversi e prestigiosi incarichi fino ad esserne il caporedattore vicario. Quindi da gennaio 2015 ha diretto con grande autorevolezza La Città di Salerno rafforzandone la leadership.

A Paolo Possamai, che ha guidato Il Piccolo negli ultimi sette anni contrassegnati da profonde trasformazioni, il sincero ringraziamento dell'editore per l’appassionato lavoro di consolidamento e sviluppo di uno dei giornali più prestigiosi del Gruppo e gli auguri per l’importante impegno che lo attende in Veneto.

A D’Antona e alla redazione de Il Piccolo gli auspici di essere sempre di più un prezioso riferimento, sia sulla carta che sul digitale, delle proprie comunità.

L'Editore

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LA PRIMAVERA DI TRIESTE

di PAOLO POSSAMAI

Li vedo sul versante delle presenze di turisti, che è a un tempo un dato attinente all’economia e alla scoperta della meravigliosa peculiare identità di questa terra. Li vedo nel campo dei traffici in porto, che è “il” mestiere fondamentale tra il Carso e il mare (mentre il ceto politico di norma nel secondo dopoguerra ha impalcato il pubblico impiego come una sorta di totem, di modello unico per il lavoro).

Li vedo nell’orientamento dell’Università e di tanti istituti di ricerca presenti tra Miramare e Carso a cercare strutturali rapporti con l’industria, ossia con chi può spesare la ricerca in tempi di commesse pubbliche calanti. Fertilizzazione incrociata. Li vedo nel finalmente appropriato percorso avviato per il recupero di Porto vecchio, dove non sono stati incaricati quattro architetti improbabili o geometri amici per definire un’operazione di portata europea.

Li vedo nell’indispensabile salvataggio e rilancio della Ferriera, posto che solo una politica dissennata ha potuto a vanvera pretenderne la chiusura tout court (e vedremo, nel caso, se andrà ridimensionata o chiusa la sola “area a caldo”). Li vedo nel proliferare di attività legate alla nautica da diporto, siano i cantieri nell’area di Monfalcone oppure le botteghe artigiane - nel senso più nobile del termine - dislocate lungo il canale navigabile alle porte di Trieste.

Li vedo nella prossima apertura all’ex Magazzino Vini di un negozio che sarà tra i più belli di Eataly: la Fondazione CRTrieste presieduta da Massimo Paniccia con questo intervento ha saputo sconfiggere la disillusione, gli sbandamenti della politica, il cinismo che largamente pervade gli animi di chi a Trieste ha vissuto troppi sogni falliti. Li vedo anche nel prestigio crescente che i vini del Carso stanno avendo a livello internazionale. Li vedo nel ricambio di un ceto dirigente che, anziché limitarsi a occupare poltrone, risponde per numeri sul senso della missione affidata.

Saremmo anche più sciocchi di quanto siamo - nel senso etimologico del termine: non salati, dall’esperienza di questi sette anni a Trieste - se mettessimo sotto silenzio i tantissimi fattori critici e i rischi di involuzione incombenti. La sfida di Porto vecchio, in particolare, è materia da far tremare le vene ai polsi per la scala internazionale che pretende e per il muro di disincanto/incredulità che la circonda in città. Eppure i consulenti di Ernst & Young, che tra le altre esperienze hanno nel loro track record anche il recupero del porto antico di Marsiglia, hanno avuto l’intelligenza di incontrare e ascoltare il parere di decine di portatori di competenze e punti di vista privilegiati.

Emerge come indispensabile la composizione di un mosaico, insomma di una serie di funzioni e destinazioni capaci di ridare un senso ai 60 ettari dislocati tra la costa e viale Miramare. Una funzione deve tener conto della candidatura di Fincantieri di attrezzare bacini e magazzini per il refitting di mega yacht. Una seconda funzione ha a che fare con marine per nautica da diporto. Un’altra ancora darà valore a un nuovo polo museale, dedicato alla marineria, che tenga conto di Sottostazione elettrica e Centrale idrodinamica.

Ma l’ipotesi più suggestiva riguarda l’allestimento in Porto vecchio della nuova stazione marittima per le crociere. Dovrebbe apparire da tempo evidente che l’attuale Stazione marittima, specie nella gestione di Ttp affidata a un management di rara incompetenza sebbene inopinatamente sostenuto dal socio privato Unicredit, non può assicurare il pieno sviluppo dei traffici crocieristici e nemmeno del business dei congressi. Difatti languono crociere e congressi. Ma l’ambizione di portare le crociere in Porto vecchio, nell’area Adriaterminal, può innescare finalmente un programma di crescita di lungo periodo.

Vorrei indicarvi un altro episodio che contiene un seme di speranza. Tra il 19 e il 23 maggio avrà luogo a Trieste un meeting promosso da Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), espressione della Comunità europea sul piano delle politiche della crescita, assieme a Ince (Iniziativa Centro Europea). Bers e Ince hanno scelto Trieste - perché vi hanno visto il significato di ponte con l’Est europeo e soprattutto la penisola balcanica - per un simposio dedicato alla “via della seta”, ossia al complesso di infrastrutture e traffici di collegamento tra Vecchio Continente e Cina.

L’Ince, sotto la guida di Giovanni Caracciolo e con l’assistenza di Roberto Antonione, sta costruendo sul territorio le condizioni per questa formidabile sfida: saranno a Trieste premier, ministri, banchieri, investitori, imprenditori. Perché Trieste è tornata nel radar, sta tornando una cerniera e non un’isola appartata, un ponte e non una terra di nessuno. L’ex ambasciatore Caracciolo, l’ex sottosegretario Antonione, il presidente Paniccia non possono certo essere messi in conto al novero del nuovo ceto dirigente. Ma hanno avuto l’intelligenza e la generosità di mettersi in questione dentro a questo nuovo corso.

E però occorre pur dire che, silenziosamente e senza particolari strappi, negli ultimi mesi è avvenuto un forte ricambio e una riqualificazione radicale: Zeno D’Agostino e Mario Sommariva (Autorità portuale), Gianluigi Scannapieco (ospedale Burlo), Stefano Pace (teatro Verdi), Antonio Marano (Aeroporto Fvg), Stefano Casaleggi (Area Science Park) sono solo alcuni dei nomi che implicano cambiamento e concreto rilancio delle aziende loro affidate. Non càpitano nel nulla, poiché nella mediocrità del passato da tempo spiccano per esempio figure come Mauro Giacca (direttore Icgeb), Milos Budin (teatro Rossetti), Federico Pacorini e Sergio Razeto (rispettivamente ex presidente e attuale leader di Confindustria), Giuseppe Morandini (presidente Cassa risparmio Fvg), Barbara Franchin (Its), Mitja Gialuz (Barcolana).

Sul versante dell’impresa, la bonifica della palude dell’Autorità portuale ha comportato la liberazione di energia di profili imprenditoriali di assoluto rilievo come Francesco Parisi e Enrico Samer. Dalle loro aziende, e da quelle di tanti altri che riconosceranno in Trieste un contesto in cui operare senza asservimenti ai politicanti di turno, potrà derivare nuovo lavoro, nuovo benessere diffuso e nuova libertà civile.

La sfida sta qui: chiamare tutte le energie, le competenze, la passione civile e culturale che è disseminata in questa meravigliosa città e convocarle per una ripartenza capace di svilupparne le energie e le potenzialità. Chiamare gli uomini di Generali, Allianz, università, Sissa, Ictp, Sincrotrone, istituzioni e associazioni culturali, e via dicendo, avendo cura di raccontare al cittadino comune la rotta. Mettere in campo una rinascita capace di esprimere un disegno, per esempio, anche sul versante dello sport, dove per pallamano (Dukcevich) e pallanuoto (Samer) sono da tempo in campo forze di imprenditoria sana, e dove per il basket ha innescato speranza la passione dichiarata da Sergio Balbinot (ex top manager di Generali, oggi ai vertici di Allianz).

Sapendo che - come ha mirabilmente scritto Anita Pittoni nel suo “L’anima di Trieste” - «a Trieste popolo e scrittori si incontrano nelle misteriose radici delle origini». Cito ancora Pittoni: «Trieste è un mondo; un mondo che ti entra dentro chiunque tu sia, da qualunque parte tu venga, presente nello svolgimento dei tuoi pensieri, in tutti i momenti della tua vita: un mondo che ti attende al traguardo e con il quale, a un dato punto, devi fare i conti». Sto per l’appunto facendo i conti, in fondo a sette anni trascorsi alla direzione del nostro Piccolo. Sette anni in cui Trieste mi è entrata dentro. Alla città e a ciascuno un augurio semplice: buon vento!

P.S.: a proposito di buon vento, l’idea del festival chiamato “Festa del mare” di cui ho scritto sul giornale di domenica non è solo un’idea, ma un progetto largamente condiviso. A disposizione di chi lo vorrà interpretare con il nostro quotidiano.
 

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