Domata la lingua di ghiaccio: impresa triestina sul Canin

Sei giovani nell’abisso del Velb sul versante sloveno del monte. Risalita una cascata che scende sino a 350 metri di profondità
I componenti della spedizione sul Canin
I componenti della spedizione sul Canin

TRIESTE La roccia, il ghiaccio e la profondità di un abisso. Sono questi i tre elementi che hanno caratterizzato «una spedizione unica nella storia mondiale della speleologia e dell’alpinismo», portata a termine da un gruppo di giovani triestini.

Si tratta della risalita della cascata di ghiaccio che ricopre le pareti scure del Brezno pod Velbom, un abisso di 910 metri che si apre a 2050 metri di altitudine sul versante sloveno del monte Canin. La sfida è stata vinta combinando delle elevate competenze alpinistiche e di scalata su ghiaccio con una buona preparazione speleologica, necessaria, quest’ultima, per poter scendere nel pozzo gelato.

«L’idea è nata per caso parlando con l’esperto speleologo sloveno Rok Stopar - racconta il triestino Alberto Dal Maso, il principale promotore dell’impresa insieme al ghiacciatore bellunese Luca Vallata -. È stato lui a descriverci questa enorme e perenne colata di ghiaccio che scende a 350 metri di profondità, in una profonda voragine poco distante da Sella Nevea».

Un momento della risalita lungo la lingua di ghiaccio
Un momento della risalita lungo la lingua di ghiaccio

Il racconto dello sloveno si è rivelato convincente, vista come è andata a finire la spedizione, anche se le sue prime indicazioni non devono essere sembrate particolarmente confortanti. «Il Velb fino a qualche anno fa era spaventoso - le parole di Stopar - , per le sue affilatissime stalattiti gelide e per le continue cadute dalle sue pareti di enormi blocchi di ghiaccio. Adesso, però. Forse...».

Dei puntini di sospensione, quelli utilizzati dallo sloveno, che hanno fatto scattare nell’alpinista triestino l’entusiasmo e l’adrenalina che solo le grandi imprese sono in grado di generare. Sono pochissimi i posti al mondo dove poter trovare una cascata simile e a una tale profondità.

Il Velb è uno di questi, si trova a poca distanza da Trieste ed è sicuramente uno dei più grandi al mondo, con il suo primo pozzo che scende a 501 metri di profondità. «Sapevamo da subito che sarebbe stata dura - continua Alberto -, soprattutto a livello organizzativo, data la distanza dell’abisso dal centro abitato di Bovec. Dopo un’estenuante camminata di sei ore lungo una ripidissima salita, con gli zaini stracarichi di materiale, avremmo dovuto armare la grotta per scendervi al suo interno, prima di poter affrontare la scalata della insidiosa parete di ghiaccio».

Un’altra immagine dell’impresa
Un’altra immagine dell’impresa

La sfida lanciata dal capo spedizione Dal Maso viene immediatamente accettata da cinque persone. Sono gli scalatori Luca Vallata, Andrea Tocchini e lo speleoalpinista di fama internazionale Matteo “Pota” Rivadossi, ai quali si aggiungono il film-maker Leonardo Comelli e la diciannovenne del Cai XXX Ottobre di Trieste Sara Segantin.

Sono stati necessari mesi di preparazione e di attenti sopralluoghi. I sei hanno approfittato delle ideali condizioni meteorologiche di fine aprile, consci che il disgelo avrebbe potuto rendere instabile il ghiaccio e inagibile il pozzo. Alle loro spalle si è creata una squadra di persone che ha reso possibile questa straordinaria ascesa. «Lo spirito che ha contraddistinto questa spedizione - sottolinea Dal Maso - è stato quello della collaborazione. Ognuno ha portato il proprio indispensabile contributo per la riuscita dell’impresa. Luca e Matteo, alternandosi, sono stati i primi a risalire l’enorme lingua di ghiaccio fossile, in una spettacolare e ovattata atmosfera che soltanto una cascata luccicante e cristallina, che si insinua nelle nere profondità della terra, è in grado di creare».

La fatica, a tratti insopportabile, è stata ampiamente ripagata. Una bottiglia di vino, stappata attorno al tavolo del bivacco, ha suggellato l’importante traguardo raggiunto dai sei scalatori. Il valore indiscutibile dell’impresa è stato certificato dalle parole dello stesso speleologo che, involontariamente, ha dato il via alla spedizione. «Avete fatto qualcosa di incredibile - così Stopar - . Siete riusciti a spostare i confini dell’alpinismo».

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