SETTANT’ANNI DOPO COSA MANCA PER FARE L’ITALIA

di BRUNO MANFELLOTTO Settant’anni e non li dimostra. O forse sì? Domanda difficile. Sul piano generale, la Repubblica nata dal referendum del 2 giugno 1946 gode ancora di discreta salute. La voglia...
Di Bruno Manfellotto
02/06/2009 ROMA FESTA DELLA REPUBBLICA PARATA MILITARE AI FORI IMPERIALI NELLA FOTO IL PASSAGGIO DELLE FRECCE TRICOLORI
02/06/2009 ROMA FESTA DELLA REPUBBLICA PARATA MILITARE AI FORI IMPERIALI NELLA FOTO IL PASSAGGIO DELLE FRECCE TRICOLORI

di BRUNO MANFELLOTTO

Settant’anni e non li dimostra. O forse sì? Domanda difficile. Sul piano generale, la Repubblica nata dal referendum del 2 giugno 1946 gode ancora di discreta salute.

La voglia di intrapresa, a dispetto della crescita zero virgola, non manca. Il made in Italy c’è, si impone, conquista mercati, si misura con il declino del “piccolo è bello”. I nostri ragazzi - pochi, non si figlia più come una volta - se ne vanno, è vero, ma all’estero spiccano, conquistano posizioni di rilievo: se si capisse che emigrano alla ricerca di specializzazioni e lavori che qui non ci sono, e si agisse di conseguenza, magari li riporteremmo a casa.Molto più malandato è il livello istituzionale che mostra antiche fratture irrisolte. Basti pensare alla divisione Nord-Sud - che si manifestò ieri nel voto a favore della Repubblica ed emerge oggi dalle statistiche dell’economia e della criminalità - per rendersi conto che l’unità nazionale che si celebra il 2 giugno, che la Costituzione sancisce e che la Resistenza (combattuta quasi tutta al Nord) contribuì a ricostruire è scritta più sulla carta che nella realtà.

Ancora più malconce sono le fondamenta politiche sulle quali questa Repubblica fu tirata su. Allora l’Italia era fervida e positiva, oggi è confusa e incerta. I partiti sono simulacri ai quali si guarda con sospetto: il Pd fatica a trovare un orizzonte, ma intanto al Sud è condizionato da cacicchi e ras locali; la destra vagola senza leader, preda di demagogie e spiriti distruttivi. I sindacati, non riuscendo a interpretare esigenze generali, piegano verso il corporativismo. Del proporzionalismo e dello spirito bipartisan che ispirarono (e condizionarono) Costituzione e Prima Repubblica, resta poco o nulla. Ma nel frattempo non si è imposto né il bipolarismo né un multipolarismo temperato.

Lo storico Ernesto Galli della Loggia dice che tutto cominciò l’8 settembre 1943, e così è, ma nulla è stato fatto dopo per elaborare il lutto di quella divisione profonda e costruire una memoria collettiva: ancora pochi giorni fa si è polemizzato a colpi di via Almirante e di partigiani per il sì… Si sarebbe potuto ovviare ricordando tutti insieme la nascita della Repubblica, ma per molti anni questa non è stata una festa: si diceva 2 giugno, e si pensava non alla bandiera o all’unità nazionale, ma alla sfilata ai Fori Imperiali, che per un po’ fu pure soppressa per uno di quei rigurgiti demagogici che fanno perdere di vista il senso delle cose.

Sarà che nel ’46 l’italia si spaccò in due - a Napoli i Savoia ebbero il 78,9 per cento dei consensi, a Milano il 32 - e negli anni a venire solo a pensarci veniva male. Poi però abbiamo conquistato una civile convivenza tra le due anime, ma più per un processo di rimozione che di comprensione. E il passo successivo non è riuscito. Ora la storia - dopo il boom, gli anni di piombo, Tangentopoli, il ventennio berlusconiano, l’imprevedibile Grillo e il giovane Renzi - ci consegna un altro referendum e il rischio di una nuova spaccatura del Paese. Superata quella, possiamo farcela anche con questa, si dice.

Ma a. patto di non pensare solo a dove andiamo, ma anche da dove veniamo. E cosa ancora manca per fare l’Italia.

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