Trieste, il carcere porterà il nome del maresciallo infoibato

TRIESTE «Era un uomo preciso, metodico, severo. Lo ricordo mentre sistemava il suo stipo e lucidava la sciabola». Ricordi lontani quelli di Mario Mari, oggi ottantunenne. E ricordi dolorosi: era appena undicenne quando il 12 maggio 1945 suo padre, il maresciallo Ernesto Mari comandante del Coroneo, si recò al carcere dei Gesuiti, a fianco della chiesa di Santa Maria Maggiore, da dove uscì solo per essere torturato a Villa Segrè e per venire infoibato nell’abisso Plutone nella notte tra il 23 e il 24 di quel tragico maggio squassato dal terrore titino.
A settembre, come confermano ufficiosamente da Roma, il carcere del Coroneo sarà intitolato alla memoria di Ernesto Mari, dopo che già gli era stata dedicata nell’ottobre di quindici anni fa la caserma della Polizia penitenziaria.
Nell’abisso Plutone furono tre gli agenti di custodia che vennero ammazzati: oltre a Mari, morirono Angiolo Bigazzi e Filippo Del Papa. A Bigazzi sarà intitolato il carcere di Gorizia, a Del Papa è già stato dedicato il penitenziario di Vicenza. Un’operazione in buona dovuta al provveditore triveneto, Enrico Sbriglia, per anni direttore del Coroneo.
Ricostruiamo, con l’ausilio della documentazione procurata dal figlio Mario e dalla nipote Ornella, cosa accadde al maresciallo Mari nella primavera di 72 anni fa. La vicenda ebbe inizio il primo maggio 1945, quando i partigiani jugoslavi occuparono il Coroneo e si sostituirono agli agenti di custodia in servizio, che rimasero senza lavoro.

Senza lavoro e, nel caso della famiglia Mari, senza casa, perché il maresciallo e i suoi congiunti, che abitavano in un edificio adiacente al penitenziario, vennero sfrattati e costretti ad arrangiarsi nell’appartamento del collega Aldo Lo Gatto in via Gatteri 9.
Mari, secondo le testimonianze, non si rassegnava a questa situazione e sovente protestò con gli occupanti. Lui e altri colleghi si presentarono alla firma dei registri, tenuti nel carcere dei Gesuiti, ma vennero arrestati. Mari fece in tempo a consegnare alcuni effetti personali al figlio Alfredo, che sarebbe poi divenuto esponente prima del Msi e successivamente di An.
Il maresciallo Mari fu sottoposto a procedura di epurazione e torturato a più riprese poi tra il 23 e il 24 maggio - come abbiamo ricordato - fu portato in camion tra Basovizza e Gropada ed eliminato nella foiba Plutone. Gli autocarri erano due: quello di Mari, Bigazzi, Del Papa arrivò malauguratamente a destinazione. L’altro ebbe un guasto e i candidati all’esecuzione riuscirono a sfuggire alla morte.
I familiari dei tre scomparsi per un paio di anni vennero tenuti nell’illusione che i loro cari erano stati avviati nei campi di lavoro in Jugoslavia, quindi restava una vaga speranza di poterli rivedere. Ma le condizioni in cui poterono rivederli non furono certamente quelle auspicate: a due anni dalla scomparsa, nel maggio 1947 19 salme vennero estratte dall’abisso Plutone. Tra queste i cadaveri di Mari, Bigazzi, Del Papa.
Fu il figlio primogenito Alfredo, l’ultimo familiare che lo aveva visto ancora vivo, a provvedere - su indicazione dell’ispettore della Polizia civile Umberto De Giorgi - a un non facile identificazione, perché il povero maresciallo venne ritrovato senza la testa e senza un braccio. In una tasca Alfredo trovò la saponetta e lo spazzolino da denti, che il padre aveva con sè, e nella fodera della giacca l’etichetta del sarto di Tortona che aveva confezionato l’abito: lungo queste tracce si giunse al riconoscimento della salma.
Dietro all’assassinio di Mari e dei suoi colleghi due famigerate figure di quelle tristi giornate, Ottorino Zoll e Giovanni Steffè, che vennero poi eliminati dai loro stessi compagni. A istigarli fu anche la delazione di alcuni colleghi degli agenti di custodia, sulla base di informazioni rivelatesi assolutamente infondate. Tra le carte conservate dai Mari una lettera di Maria Pasquinelli, la giovane maestra che a Pola uccise il generale Robert de Winton nel giorno della firma del Trattato di Parigi (10 febbraio 1947), missiva datata 8 maggio 1947, che ricordava la benefica attività svolta dal maresciallo al Coroneo nei difficili rapporti con le autorità tedesche.
Il 5 marzo il ministero della Difesa concesse a Ernesto Mari la croce al merito di guerra alla memoria. Il maresciallo era nato all’Aquila nel 1900 e, arruolato nel marzo 1918, aveva fatto in tempo a vivere gli ultimi mesi della Grande Guerra. Era entrato nel corpo degli agenti di custodia nel luglio 1919 e aveva operato in numerose carceri: Civitavecchia (nacquero i figli Alfredo e Antonino), Regina Coeli a Roma (venne alla luce il terzogenito Mario), San Vittore a Milano, Sondrio, Tortona. Infine Trieste: aveva insistito lui per il trasferimento.
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