Kosovo, Belgrado alza il tiro. Sul tavolo l’opzione militare

La premier Brnabić evoca la possibilità di un intervento armato se Pristina darà il via a un proprio esercito. Russia e Nato chiedono lo stop al progetto
epa06582555 Members of Kosovo Security Force (KSF) attend a ceremony to mark the 20th anniversary of Kosovo Liberation Army (KLA) Commander Adem Jashari's death, in Pristina, Kosovo, 05 March 2018. KLA Commander Adem Jashari was killed in 1998 along with 45 members of his family by Serb Security forces in village of Prekaz, some 40km west of Kosovo's capital Pristina, sparking a full-blown rebel insurgency. EPA/VALDRIN XHEMAJ
epa06582555 Members of Kosovo Security Force (KSF) attend a ceremony to mark the 20th anniversary of Kosovo Liberation Army (KLA) Commander Adem Jashari's death, in Pristina, Kosovo, 05 March 2018. KLA Commander Adem Jashari was killed in 1998 along with 45 members of his family by Serb Security forces in village of Prekaz, some 40km west of Kosovo's capital Pristina, sparking a full-blown rebel insurgency. EPA/VALDRIN XHEMAJ

BELGRADO Sale ancora la tensione nei Balcani, sull’asse tra Belgrado e Pristina sempre più scosso dalla più grave crisi tra le due capitali negli ultimi anni, esacerbata dai dazi al 100% imposti dal Kosovo sulle merci serbe – con alta probabilità una rappresaglia per la mancata adesione di Pristina all’Interpol. È una crisi che rischia di precipitare se Pristina, come annunciato, darà luce verde il prossimo 14 dicembre alla trasformazione delle attuali Forze di sicurezza (Ksf) in esercito regolare, una mossa vista dalla Serbia come la più grande minaccia alla pace e alla sopravvivenza dei serbi del nord. E la trasformazione potrebbe essere seguita da una durissima risposta della Serbia, che ieri – per voce della premier Ana Brnabić - ha evocato addirittura l’opzione di un intervento militare, se Pristina non farà marcia indietro.

La Serbia, negli ultimi anni, ha investito molto nel suo esercito – anche con aiuti degli alleati russi - ha ricordato la prima ministra, forze ora assai più temibili di qualche anno fa. «Io spero che non le useremo mai», ha scandito Brnabić, ma «purtroppo penso che questa sia, in questo momento, una delle opzioni sul tavolo», ha rivelato la premier descrivendo una Belgrado interessata solo alla pace e allo sviluppo economico, messa all’angolo da una Pristina con priorità nazionalistiche da diciottesimo secolo. «Non possiamo stare a guardare» quando qualcuno evoca «pulizia etnica» e «nuove Operazioni Tempesta», ha aggiunto poi la premier, accusando più volte Pristina di voler destabilizzare la regione. «La mia priorità sono le scuole, le loro i fucili», ha deplorato.

Le parole della premier hanno scatenato l’immediata reazione del suo omologo kosovaro, Ramush Haradinaj, che ha negato con forza che le future forze armate del Kosovo rappresentino una minaccia per i serbi del nord o siano pensate per una «occupazione» delle aree abitate dalla minoranza. «Menzogne», ha assicurato il premier kosovaro, anticipando che l’obiettivo di Pristina è solo quello di diventare una risorsa per missioni «in Afghanistan e Iraq».

Ma le rassicurazioni di Pristina non hanno convinto Belgrado. E neppure un’istituzione autorevole come la Nato, certo non tacciabile di essere filoserba. Gli annunci di un via libera all’esercito kosovaro già il 14 dicembre «vanno contro i pareri di molti partner Nato e potrebbero avere serie ripercussioni sul futuro del Kosovo e sulla sua integrazione euro-atlantica», ha raffreddato gli entusiasmi di Pristina il Segretario generale dell’organizzazione, Jens Stoltenberg, che ha invitato Belgrado e Pristina alla «moderazione». E ha chiesto di evitare ulteriori «passi provocatori», soprattutto in un momento come questo, con la tensione alle stelle per i dazi che starebbero provocando 42 milioni di euro di perdite al mese alla Serbia, ha informato Belgrado.

Nella capitale serba peraltro i tabloid da giorni soffiano sul fuoco con titoli su «armi Cia» per Pristina e «shiptari (dispregiativo per albanesi, nda) che minacciano la guerra». E contro il Kosovo si è espressa ieri anche Mosca, ammonendo che l’esercito kosovaro rappresenterebbe una nuova «mossa destabilizzante» per la sicurezza dei serbi e «degli interi Balcani». Che potrebbe portare alle «più gravi conseguenze». —


 

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