Dentro l’azienda del termovalorizzatore: «Ecco come funzionerà l’impianto»
Il direttore: «Un’industria produce anche rifiuti ma se trattati secondo legge non c’è motivo per negare l’impianto»

Bonaventura Monfalcone-19.02.2020 Nord Composites-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura
MONFALCONE Dietro le quinte della Nord Composites, la fabbrica che sta provando a costruire un termovalorizzatore per abbattere l’incidenza dei costi di smaltimento delle acque reflue dei processi interni e a restare così sul mercato, si scopre che il 60% della grande fabbrica di 25 mila metri quadrati al Lisert è automatizzato. I software, collegati a gruppi di continuità e connessi ad altri terminali, con beckup, per garantire attività e supervisione pure durante prolungati black out, in una doppia cintura di sicurezza, scandiscono l’operatività.
Termovalorizzatore a Monfalcone, parla il direttore Cernic
Risultato: una produzione annua che supera le 28 mila tonnellate di resine sintetiche, poliestere ed alchidiche, su una capacità massima di 34 mila, un terzo composta da materiale non pericoloso (8 mila ton). E un fatturato di 45 milioni, l’1% appunto eroso nella movimentazione e smaltimento dei rifiuti liquidi, 50-60 mila chili di scarti a settimana in transito su autocisterna. Che invece l’azienda vorrebbe bruciare con il termovalorizzatore, del valore di un milione di euro. Disposta perfino a «pagare di tasca sua analisi mensili, 1.500 euro al colpo, sulle emissioni da parte di soggetti terzi e specializzati nel settore» se questo può servire a sgomberare i timori della popolazione. Emersi nella decina di osservazioni al progetto prospettato. L’alternativa è la perdita di posizioni sul mercato, i 52 posti di lavoro in bilico, più l’indotto.
Ma cosa produce esattamente Nord Composites, che in un’ottica di massima trasparenza ieri ha spalancato le porte? Dai 7 reattori produttivi, anche questi automatizzati e comandati da pc, escono 300-350 varietà di resine, successivamente oggetto di lavorazione da parte di altre aziende per il confezionamento di suole di scarpe, vernici da strada e spartitraffico, bottoni di camicie, scafi nautici, veli per la copertura di mobili in legno. Non solo: da Nord composites esce anche resina bio poi impiegata da firme prestigiose dell’alta moda negli accessori. Borse, scarpe, cinture: la materia di quei sogni di lusso proviene da Monfalcone. Uno stabilimento dove il “pilota automatico” è un computer, silenzioso e instancabile, che abbatte le probabilità di errore e fa in modo che gli operai, una sessantina, non corrano rischi in un impianto chimico. E possano concentrarsi invece su campionatura, supervisione, trasporto.
Salvo rari casi di manutenzione, a opera di ditte specializzate esterne (come per le pulizie), «nessuno entra mai nei reattori di produzione». Né «opera a contatto con la materia chimica». Lo racconta Morris Cernic, il direttore, traghettatore di questo viaggio dentro la fabbrica. Ci si aspetta di sentire odori, ma non se ne avvertono, tranne in prossimità dei reattori e in quella specifica area. L’impianto funziona dal lunedì al venerdì, h 24, sicché gli operai entrano in servizio su tre turni. La pavimentazione esterna si staglia sopra griglie e dislivelli per la raccolta dei liquami, anche acqua piovana. «Nessun prodotto rischia di disperdersi, tutto viene convogliato in sotterranee cisterne, pure nella zona di rifornimento dei camion», spiega Massimo, responsabile della sicurezza. La sede di via Timavo 61 è autorizzata a trattare 2.500 ton di prodotti infiammabili, ma ne lavora la metà. Questo materiale più pericoloso, coperto da tettoie, è disciplinato ai sensi di legge: lo si vede tumulato in vasche di contenimento con inerti, argilla espansa. In caso di emergenza, nello stoccaggio, c’è il gruppo antincendio: tirando giù una leva scatta l’allarme. Sempre fuori si stagliano due grandi serbatoi con mille metri cubi di acqua a uso spegnimento incendi.
L’azienda, per il termovalorizzatore, ha avanzato istanza autorizzatoria (Paur) in Regione ed entro il 5 marzo presenterà le controdeduzioni alle osservazioni di enti e sodalizi, supportata dagli studi Pellizzoni e Tess. «Un’industria crea, ma produce anche rifiuti. Se li tratta ai sensi di legge, con ogni cautela possibile, forte anche dell’Aia in possesso, deve essere autorizzata nella richiesta di un nuovo impianto, di tecnologia italiana avanzata – riflette in ultima analisi Cernic –. Non c’è motivo per non assentire. Se poi invece non si vogliono più fabbriche sul territorio, bé, allora questo è un altro paio di maniche...». –
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