Ispirazione Trieste: così ho sposato fisica e letteratura, senza miti di pietra

Le lezioni all’Ictp, la collaborazione con la Sissa. Turista di consuetudine, rapito da mare e osmize
TRIESTE Paolo Giordano non è solo uno degli scrittori di maggior successo della sua generazione, a volerlo raccontare in poche frasi diremmo della letterarietà dei suoi romanzi (ricordando soprattutto l’ultimo, bellissimo “Divorare il cielo”), della formazione di fisico teorico con un ambizioso percorso accademico, di un tratto schivo e insieme curioso del carattere, e dell’aria cosmopolita che attraversa tutti i suoi lavori. Non c’è troppo da stupirsi allora che Giordano abbia sentito per Trieste una certa, naturale, aria di famiglia.
«La prima volta che ci sono arrivato è stato nell’estate in cui stavo scrivendo la “Solitudine dei numeri primi”. Ero venuto per frequentare due settimane di scuola di fisica all’Ictp. Era giugno, dividevo la stanza con un mio compagno di università. La sera lui lavorava alle sue teorie e io scrivevo il romanzo. Mi ricordo benissimo che ero quasi alla fine, ho scritto a Trieste la parte in cui Mattia è in Nord Europa».
 
Com’è stato il suo primo incontro con la città?
 
Eravamo due giovani fisici entusiasti, questi luoghi per noi rappresentavano un mito per via della Sissa e dell’Ictp, che sono centri di enorme prestigio. Poi la città ci ha rapito. Avevamo affittato una macchina, andavamo in Croazia a fare il bagno, giravamo la sera per la città vecchia. La sensazione che ho provato in quei giorni a Trieste mi è poi rimasta addosso.
 
Poi ci è tornato...
 
Da qualche anno insegno Scrittura al Master in Comunicazione della Scienza della Sissa. Quando me l’hanno proposto ho accettato proprio per il ricordo di quella prima visita. Insegno qui da un po’ di anni, ora che vivo a Roma è più semplice ma all’inizio, arrivare da Torino, era un grande sacrificio. Non l’avrei fatto per nessuna altra città.
 
I collegamenti ferroviari non sono dei migliori…
 
È che Trieste è una città davvero remota. Tu arrivi a Venezia e ti sembra di essere quasi sul confine e invece hai ancora due ore di viaggio. Ma questo è un altro aspetto che mi piace, perché ti permette di avere una sorta di prospettiva esotica sul paese.
 
Trieste l’ha conquistata?
 
È una città ruvida e a me, da torinese, questo aspetto risuona. Mi piace tantissimo il momento dell’aperitivo, perché respiri ovunque molta libertà, capisci che c’è poco spazio per il giudizio e c’è pochissima divisione in caste o ambienti. E poi mi piace molto camminare, la possibilità di vagabondare per ore, con un’eco bernhardiana. Mi piacciono le passeggiate che ci sono, anche se ne ho fatte ancora poche.
 
È stato sul sentiero Rilke?
 
Mi ci hanno portato di recente. L’ho trovato meraviglioso per quell’aria un po’ suicida. D’altra parte è a Duino che si è tolto la vita Boltzmann.
 
A Trieste quali sono i suoi luoghi?
 
Per me il molo Audace è sempre un posto dove tornare. Mi riporta indietro alla prima memoria di quell’estate all’Ictp: una notte vagavo per le strade con questi ragazzi, tutti fisici, e di colpo ci siamo trovati sul molo, con la città alle spalle, in piena notte. È stato uno spettacolo sorprendente. Poi mi piace molto la Napoleonica, a due passi dalla Sissa. E, sarà banale, ma sono molto affezionato al caffè San Marco.
 
Il caffè dei letterati…
 
Non scrivo quasi mai nei posti pubblici, invece quando stavo finendo “Divorare il cielo” sono stato tre settimane di fila a Trieste e andavo al San Marco e lì riuscivo a scrivere, è una cosa molto strana per me.
 
Ha scritto molto qui in città, che ne pensa dell’ingombrante tradizione letteraria di Trieste “città di carta”?
 
È un aspetto che non sento tanto, subisco di più il fascino scientifico della città. Certo, stando qui, si sente un certo peso letterario, ma ci sono cose che mi parlano di più. Ad esempio tutte le esperienze che ruotano attorno al mondo di Basaglia, quell’aspetto forse meno sbandierato ma che a me interessa molto. Poi le città sono anche un po’ fatte dalle persone che ci frequenti, e a me è capito di conoscere Trieste dai luoghi scientifici e di sfiorare di striscio gli ambienti della psicanalisi.
 
E la letteratura?
 
Se ci penso mi vengono in mente le statue di Joyce, Svevo, Saba… ma appunto, è una letteratura un po’ pietrificata. Claudio Magris sicuramente è una parte più viva della letteratura in città, ma non mi è mai capitato di incontrarlo.
 
Trieste è stato un luogo di scrittura, lo è anche di ispirazione?
 
Ora non posso dire troppo e non ho molto da svelare, ma in questi anni ho preso moltissimi appunti sulla città, sulle storie che mi racconta la gente. Ci sono aspetti che mi colpiscono, come ad esempio le osmize, il rapporto con il Carso, la dimensione di gita fuori porta che ha una sua purezza. Diciamo che sto pensando a Trieste anche quando non ci sto.
 
Se va in osmiza, significa che è diventato di casa…
 
Mi considero un turista, ma con una consuetudine.
 
Quest’anno Trieste sarà capitale europea della scienza, lei è il testimonial del Euro science open forum, che effetto fa?
 
Ne sono molto orgoglioso, per me ha un significato molto forte: è forse la prima volta che congiungo veramente la mia formazione scientifica e i dieci, dodici anni di vita da scrittore. Come faccio a tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la domanda più difficile che mi facevano a ogni presentazione. Per me Trieste è diventato il luogo simbolo in cui l’unione di queste due parti di me avviene in modo naturale. Iniziando dal fatto che insegno Scrittura a un Master per comunicatori scientifici, fino a questa cosa di Esof. Il fatto di esserci come scrittore ma in rappresentanza di una grossa manifestazione scientifica per me è abbastanza speciale.
 
Avrà un ruolo attivo nel programma degli eventi?
 
Mi hanno chiesto di essere il direttore artistico della rassegna che si chiama “Scienza e virgola”, si tratta proprio di un crossover tra scienza e libri e cultura in senso ampio, sia scientifica che umanistica. Ne sono molto contento.»
 
Sarà un anno ricco di attività…
 
Sarà un anno triestino. —
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