«In Thailandia italiani considerati untori»

GORIZIA "Qui le mascherine le portiamo già da due mesi. Ci sono livelli elevati di polveri sottili perché da febbraio all’inizio della stagione delle piogge nei campi bruciano qualsiasi cosa: l’aria è così densa che in certi casi sembra di stare nella nebbia della Val Padana». In questo momento la goriziana Miriam Sabot teme più gli incendi del Covid-19. Per lei che vive a Pai, località isolata nel Nord della Thailandia, il coronavirus rappresenta un problema di tipo sociale, piuttosto che sanitario.
Come ha sperimentato nelle scorse settimane sulla sua stessa pelle il poliziotto di Ronchi dei Legionari a cui hanno sputato addosso perché italiano, nel “Paese dei Sorrisi” i farang – gli stranieri – sono visti come degli untori. In particolare gli italiani. La questione è stata anche al centro di un caso diplomatico. Il ministro della Salute ha dichiarato pubblicamente l’esistenza di una variante italiana del Covid-19 che rende il virus più forte e aggressivo. Parole che hanno scatenato la psicosi. Alla fine, per mettere una pezza, è dovuto intervenire l’ambasciatore Lorenzo Galanti che, nel corso di un lungo intervento televisivo, ha spiegato al Paese l’equivoco, ricordando che se l’Italia è stata al centro dell’attenzione mondiale è stato solo perché è stata la prima nazione ad affrontare quella che poi sarebbe diventata una pandemia.
Atleta professionista campionessa di muay-thai, Miriam si trova in una sorta di isolamento multilivello. Al di là delle incaute dichiarazioni del ministro della Sanità, il governo di Bangkok ha capito che la situazione contagi non è da sottovalutare e ha ordinato delle restrizioni anche importanti. Se il coprifuoco che impedisce di uscire tra le 22 e le 4 del mattino non tocca la quotidianità della fighter goriziana, Miriam vive comunque in una casa isolata nella campagna di Pai, una località turistica lontana da tutto e collegata al resto del mondo da una strada tortuosa. Come se non bastasse, la valle in cui si trova la piccola cittadina è sigillata: a meno di non avere validi motivi non si può uscire e non si può entrare. E nelle scorse settimane la Thailandia ha chiuso anche le palestre. Miriam esce quindi di casa solo per lo stretto essenziale.
«Sono una fighter disoccupata in terra straniera – sdrammatizza al telefono –. I vicini mi conoscono e sono abbastanza tranquilli e, per ora, nessuno mi ha mai sputato addosso, ma appena uscita la notizia dei contagi in Italia, il padrone di casa ha chiamato la moglie thailandese del mio allenatore, il triestino Emmanuele Corti, per chiederle se io e il mio coinquilino milanese fossimo infetti. Le ha anche intimato di chiudere la palestra perché con tutti i farang che si allenano alla Sitjeman Gym avrebbe infettato l’intera Pai. Al supermercato, una volta, il commesso che fino al mio arrivo parlava tranquillamente con tutti senza mascherina, quando mi ha vista se l’è tirata su bocca e naso. Il problema è culturale, hanno paura e pensano che il virus sia veicolato dai bianchi, in particolare da noi. Sono riusciti a dire anche che c’erano dei thai che erano contagiosi perché avevano dei parenti in Italia. Quando leggo queste cose resto basita».
All’inizio Miriam aveva valutato l’ipotesi di rientrare a Gorizia, poi ha scelto di restare dove si trovava. «Non aveva senso muoversi per isolarsi da un’altra parte. Stiamo qui e aspettiamo. Intanto io e Federico ci alleniamo in giardino». –
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