Check-up ai rifiuti sul lido per cambiare i comportamenti

Ciro Vitiello

/STARANZANO

Il termine “Beach Litter” si traduce come “immondizia della spiaggia”. Legambiente lo ha trasformato nell’iniziativa di “Citizen Scienze” in un monitoraggio di rifiuti prodotti dalle attività umane. La conclusione della ricerca effettuata sul litorale di Staranzano è stata annunciata dal Circolo Legambiente “Ignazio Zanutto” di Monfalcone, portato a termine nel pomeriggio di sabato da una decina di giovani volontari di Legambiente e dell’associazione NOPlanetB. Nel vasto campionario dei rifiuti ci sono materiali plastici, metallici, cartacei, tessuti vari, oggetti in vetro o in legno e olii. Il legname trasportato in mare dai fiumi e poi in parte riversato sulle spiagge costituisce un substrato per la crescita di molti organismi decompositori. «La raccolta di dati sui rifiuti in spiaggia – dichiara Margherita Bertossi del direttivo di Legambiente - consente di acquisire informazioni su quantità, trend e fonti di quella quota di marine litter immediatamente visibile a tutti noi, in relazione con la Direttiva Europea sulla Strategia Marina (2008/56/CE). Capire cosa deturpa le nostre spiagge – continua – serve anche ad agire sulle nostre abitudini di consumo e sui nostri comportamenti, perché la soluzione parte da qui. Il protocollo da noi utilizzato coincide con quello dell’European Environmental Agency nel programma Marine Litter Watch ed è usato da altre associazioni e istituti di ricerca».

Per il monitoraggio, i volontari hanno delimitato un’area di indagine standard, lunga 100 metri e ampia dalla battigia alla fine della spiaggia, hanno raccolto tutti i rifiuti poi registrati su apposite schede seguendo le categorie di campionamento indicate. La raccolta ha preso in esame rifiuti a partire da 2,5 cm di lunghezza, per essere sicuri di includere tappi, coperchi e mozziconi di sigarette. Sono stati riempiti 4 sacchi di materiale indifferenziato, contenitori di plastica, lattine e una ventina di bottiglie di vetro, tutto avviato a riciclo. Moltissime le “calze” di plastica utilizzate in mitilicoltura e un’infinità di frammenti di plastica e polistirolo. Non sono mancate alcune mascherine, testimoni del periodo pandemico in corso.—

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