Alina temeva di tornare in carcere in Ucraina

Ora è chiaro perché Alina Bonar Diachuk ha messo fine ai propri giorni all’interno del Commissariato di Opicina, dov’era rinchiusa anche se la Magistratura ne aveva ordinato la liberazione. Lei temeva di dover ritornare in carcere una volta rimpatriata forzatamente in Ucraina. Lì aveva già scontato un lungo periodo di detenzione quando era ancora minorenne. Era accusata di omicidio ed era stata riconosciuta colpevole. Nemmeno con gli avvocati che le sono stati sporadicamente accanto in Italia Alina aveva voluto parlare di quella condanna a 11 anni di carcere. Poche parole e poi il silenzio. «E’ vero, ma non voglio dire nulla».
Faceva capire ai difensori di aver scontato un lungo periodo in cella, dov’era entrata poco più che ragazzina. Diceva anche che aveva pagato il suo debito con la legge. Viene da chiedersi allora perché avesse tanta paura, tanta disperazione se tutto era ormai depositato nell’archivio della sua vita e del casellario giudiziario del suo Paese.
Alina Bonar, detenuta per sei mesi al Coroneo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e poi liberata dal giudice Laura Barresi, temeva di essere rimpatriata forzatamente: quando ha ritenuto che non esistessero più vie alternative alla sua fuga senza fine, ha cercato di uccidersi. Il tentativo attuato nel carcere del Coroneo, non ha avuto esito. E’ stata soccorsa e salvata. All’interno del Commissariato di Opicina dov’era stata rinchiusa dopo la liberazione decisa dalla magistratura, la sua disperazione ha avuto la meglio sui sistemi di controllo e sugli occhi degli agenti di polizia che avrebbero dovuto sorvegliarla per impedire altri gesti disperati. Invece per 40 minuti nessuno ha osservato lo schermo del video. Alina si è impiccata e nessuno ha visto il suo gesto. Solo l’occhio di vetro di un obiettivo di una inutile telecamera.
Secondo il pm Massimo De Bortoli, il magistrato titolare dell’inchiesta sulla morte di Alina Bonar, anche altre decine di stranieri a rischio di espulsione potrebbero essere stati trattenuti dalla Polizia nello stesso Commissariato in attesa dell’espulsione. Sono in corso numerosi interrogatori. In questa inchiesta è indagato per omicidio colposo e sequestro di persona il vice questore Carlo Baffi, responsabile dell’Ufficio immigrazione della Questura. Assieme a lui sono iscritti sul registro degli indagati due agenti a cui vengono contestati ipotesi di reato di minore valenza. Nell’ambito di questa inchiesta la Procura ha restituito al dirigente indagato, i libri sequestrati nella sua abitazione durante la perquisizione di dieci giorni fa.
Carlo Baffi è attualmente “in congedo ordinario”; non lavora in Questura e nessuno sa quando e se riprenderà il proprio posto nell’Ufficio che ha diretto per un paio d’ anni.
Sul problema dell’immigrazione e sul fatto che il vice questore Carlo Baffi sia indagato dalla Procura, ha preso posizione la segreteria del Siulp, uno dei tanti sindacati della forze di polizia. «L’immigrazione non dovrebbe essere esclusivamente un problema di polizia, ma tale è diventato per una cieca, assurda e strumentale scelta politica che l’ha tramutata in una costante emergenza in materia di ordine e sicurezza» scrive il segretario Roberto Adamo che esprime il proprio sostegno ai colleghi indagati e auspica che “le regole e le procedure non siano solo chiare ma anche umane, per evitare che si ripeta una analoga tragedia”.c.e.
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