ALLA RICERCA DEL CONSENSO
L’Esercito inizia il proprio mini-dispiegamento in alcune delle maggiori città italiane. Ed è certo che i militari faranno al meglio. Ma resta il dubbio che il governo abbia visto nell’uso dei nostri soldati in funzione di ordine pubblico urbano soprattutto un colpaccio in termini di marketing politico. Però comprovato da studi che rilevano un’opinione pubblica insicura. In specie spaventata da flussi d’immigrazione che alterano, rendendola meno sicura, la sua percezione dello spazio urbano di riferimento.
Resta però da vedere se, oltre la strategia del consenso, vi sia pure della sostanza; e quale essa sia. Valutando soprattutto se così emerga, più che una volontà di ordine pubblico (in sé apprezzabile), una cultura politica - oggi a destra, ma con illustri antecedenti a sinistra come l’Esercito popolare della Cina rossa di Mao - portata a ritenere il confine tra sicurezza interna ed esterna molto più friabile di quanto usualmente si ritenga. D’altronde, la differenza tra le due tipologie di sicurezza è, in parte, già mandata a pezzi dalle cosiddette «missioni di pace». Perché qui il primato nell’impiego delle Forze armate va, invece che nella difesa della Nazione, al ripristino di una sorta di legalità internazionale violata. Nel senso che la loro trasformazione di fatto in Forze di polizia è già nella sostituzione di «guerra» con «operazioni di polizia internazionali».
Cosa che, in fondo, già c’è nella nostra Costituzione. Perché essa, incorporando l’idea della Società delle nazioni poi ereditata dall’Onu del ripudio della guerra come strumento di politica internazionale (di fatto significa sovrapporre alla figura del nemico quella del reo come è accaduto nell’ex Jugoslavia e in Iraq), ha già in sé tutti i criteri per allentare i confini tra sicurezza interna ed internazionale. Naturalmente, la decisione del governo di utilizzare l’esercito a fini di ordine pubblico urbano esprime urgenze più immediate come il rispondere a una psicologia di massa ansiogena.
A riprova il fatto che il numero di militari impiegato è circoscritto; inoltre, l’assenza di tute mimetiche e di armamento d’assalto vuole sottolineare il carattere «civile» della missione. Tuttavia, almeno potenzialmente siamo di fronte a un mutamento concettuale in materia di sicurezza pubblica meritevole di attenzione. Certo, è pure vero che l’impiego dell’Esercito entro i confini della Patria ha antecedenti, in Italia come altrove. Però tutti fino a ora con la caratteristica dirimente dello stato di eccezionalità: per calamità naturali, tipicamente Vajont e terremoto in Friuli; oppure in presenza di un cedimento delle Forze di polizia come è negli Usa il ricorso alla Guardia nazionale (statale) o alle truppe federali nel caso di rivolte urbane diversamente fuori controllo. All’opposto, l’intervento odierno dell’Esercito avviene senza uno stato di eccezionalità. Piuttosto, esso appare quasi di routine. Ed è questo, in prospettiva, a fare la differenza.
Nel senso che è proprio la sua cosiddetta normalità nei criteri d’impiego delle Forze Armate a porsi come possibile oggetto di mutamento su cui meriterebbe fare più sostanziose riflessioni. Ne vale cavarsela dicendo - anche se è vero - che la molla di questa decisione del governo sta, oltre che nella ricerca di consenso, pure nella volontà di dare una copertura immediata alle carenze di organico delle Forze di polizia tradizionali. Perché la novità concettuale resta. Peccato che quando si discute di sicurezza nazionale il dibattito si riduca all’inutile confronto etico tra armate Brancaleone di interventisti e pacifisti. Mentre la «cosa» vola altrove.
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