Altri due morti sulla A4: sono 14 in tre mesi
In un tamponamento perdono la vita un camionista ungherese e uno romeno

CESSALTO Altri due morti sulla A4. E con questi sono 14 in circa tre mesi. Ieri sul rettilineo della paura, quello fra Cessalto e San Donà di Piave, si sono aggiunte due croci alle sette piantate l’8 agosto. A perdere la vita, stavolta, sono stati un camionista ungherese di 43 anni e un suo collega romeno di 32, entrambi dipendenti della ditta di autotrasporti Waberer’s di Budapest. Erano a bordo di un Tir diretto a Venezia, carico di televisori, che verso le 10.30 ha preso fuoco dopo aver tamponato violentemente un altro mezzo pesante che trasportava cemento per conto della Gras Malte di Cona. Alla guida c’era un cittadino italiano, che si è salvato.
L’impatto - così dicono i rilievi della Polizia stradale - è stato causato probabilmente dalla velocità elevata e dal contestuale mancato rispetto delle distanze di sicurezza. È bastato, insomma, un semplice rallentamento lì davanti. Qualche centinaio di metri dal punto in cui si è consumata questa tragedia, il destino metteva in mostra un pezzo di guard-rail luccicante, inserito nel vecchio divisorio arrugginito: la traccia, freschissima, dell’inferno di quell’8 agosto che l’opinione pubblica ha ancora davanti agli occhi, quando l’agghiacciante salto di carreggiata di un autoarticolato innescò una carambola di lamiere in fiamme, disintegrando sette corpi.
«Quest’autostrada non ce la fa più, ormai è inadeguata, io sono già due anni che non la percorro più per tornare a casa, a Mestre: faccio la statale che è meglio», ha ammesso ad esempio ieri un operatore dell’area di servizio di Calstorta, a un solo chilometro di distanza dal fatale tamponamento. Erano le 16.30 e la A4 era stata appena riaperta, dopo quasi sei ore di passione. Poco più in là, un gruppetto di camionisti turchi faceva merenda all’ombra di un Tir. «È la prima volta che mi tocca questa strada ma il traffico mi ha stupito», diceva un altro camionista croato. «Per oggi basta - aggiungeva un collega austriaco - io mi fermo qui. Gli ultimi 13 chilometri li ho fatti in quasi quattro ore».
«Effettivamente - il commento dell’autista di un furgone di Modena - questo tratto è diventato insostenibile. Molto, però, dipende anche da noi che guidiamo questi mezzi. Limiti e distanze sono da rispettare, ci sono famiglie intere lungo queste strade, dobbiamo ricordarcelo sempre».
Nel frattempo si andava smaltendo il doppio serpentone che aveva ingolfato otto chilometri di asfalto, da San Stino di Livenza all’uscita di Cessalto. Doppio perché sulla corsia destra si era formato un muro di Tir, mentre su quella sinistra si era compattata col tempo una fila continua di macchine. Otto chilometri da «sopportare» per un’ora almeno. E quell’ora, per molti automobilisti, si è rivelata un incubo. Fermi eppure costretti al volante col motore acceso, pronti a mettere la prima non appena il veicolo davanti avanzava di qualche metro. Fermi guardando alla propria destra un «moloch» su gomma, che trasportava magari del materiale infiammabile, mentre dalla parte opposta sfrecciavano altri camion in sorpasso che tagliavano l’aria a non più di due, tre metri di distanza.
A più di qualcuno sono tornati in mente i fotogrammi di quel salto di carreggiata registrato dalle telecamere 24 giorni prima. E proprio in quel punto. Ma c’è chi, sull’imbuto sopra il fiume Livenza, ha avuto pure il tempo di sdrammatizzare. Come quattro giovani turisti francesi, scesi dalla loro Clio sgangherata per fotografarsi a vicenda in mezzo ai Tir. E come due camionisti moldavi, che si sono messi a sorridere verso una ragazza. Ma lei se ne è rimasta incollata al sedile della sua utilitaria. Poi gli incoscenti. Puntuali: un’Audi italiana e una scintillante coupé polacca hanno scartato gli autoarticolati imboccando la corsia d’emergenza. Un cattivo esempio reso da diversi motociclisti transitati in precedenza.
Ieri, dunque, la A4 a due corsie ha lasciato dietro di sé una nuova, lunga scia di disagi, incertezze e paure tra chi viaggiava verso Venezia. Una scia che ha raggiunto addirittura la zona del Lisert, un centinaio di chilometri più in qua, dove all’ora di pranzo saliva già netta la sensazione di andare incontro alla tragedia. E di dover affrontare un viaggio di ordinario pericolo in mezzo ai Tir, sguinzagliati dalle aree di sosta dopo gli stop imposti nel week-end del controesodo.
All’imbocco del Lisert i banner elettronici avvertivano: chiuso il tratto da Cessalto a San Donà, otto chilometri di coda da San Stino di Livenza, uscita consigliata Portogruaro. Decine di autoarticolati, uno accanto all’altro, erano già assiepati nei parcheggi di Gonars e Fratta, le due stazioni di servizio che precedono il rettilineo della morte. Ciononostante, da San Giorgio di Nogaro, ecco comparire la solita, temuta fila continua di camion, pullman e furgoni a destra. In barba al codice, decisi all’occorrenza a piazzare la freccia e costringere gli automobilisti ad acccodarsi dietro di loro, cento all’ora non di più, sulla corsia di sinistra.
«Ci sono troppi camion? Macché. Qui ci sono solo camion...», ha ironizzato un casellante a San Donà di Piave verso le 17.30. Alle sue spalle si scorgeva, ancora, una coda interminabile di auto e Tir. Erano quelli che stavano rientrando in A4 dopo che, due ore prima, era stata loro imposta l’uscita obbligatoria a Cessalto. Erano quelli che si erano appena sorbiti un’altra fila, parallela, lungo la statale.
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