BOSSI, L’ICI E LE TASSE
La polemica sull’Ici è riesplosa all'annuncio del leader della Lega Bossi della possibilità di farla risorgere dopo la sua soppressione da parte della stessa Destra nel nome di una promessa elettorale che ora presenta il conto. Presenta il conto e sottolinea come la questione del finanziamento degli enti locali (che è uno dei "capitoli" decisivi del cosiddetto federalismo fiscale) sia ardua nelle sue soluzioni. Che di certo saranno infinitamente meno tax free di quanto l’opinione pubblica possa illudersi. E questo nonostante le precisazioni, certo anticipatrici del futuribile modello tributario federale, del ministro Calderoli per il quale, qualora il fisco dovesse nuovamente "guardare" alle case, ciò potrà avvenire solo nel segno di una semplificazione del sistema fiscale. Che però, al di là delle intenzioni, è cosa diversa da "meno tasse". E questo vale per tutti, Regioni a Statuto speciale comprese. Il motivo è che ciò imporrà una redistribuzione territoriale del denaro pubblico ad esse meno favorevole. Cioè, a parità di servizi erogati, un più pesante profilo impositivo. D'altronde, l'esistenza delle Regioni a Statuto speciale presuppone, come senso della loro differenza, uno Stato accentrato; o, al massimo, regionalistico.
Invero, è a partire dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 che la loro continuità si è fatta problematica. Nel senso che è fuori da ogni logica politico-costituzionale presupporre un sistema federale che preveda diritti (specie in materia di finanza pubblica, ovvero le risorse dei futuri "governi federali") a geometria variabile tra le sue componenti. E la coda velenosa delle polemiche Nord/Nord per i recenti tentativi di micro-secessionismo dal Veneto verso il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, oltre a ricordare che il federalismo per l'Italia è ad alto potenziale conflittuale, aggiunge ulteriori dubbi sul suo essere portatore di tagli fiscali. Nel senso che lo Stato centrale, come tradizione, medierà le probabili tensioni ricorrendo alle casse pubbliche. Il che equivale a più, invece che meno, tasse. Cui si deve aggiungere, ignorando la retorica fiscale per le quali una "democrazia più vicina" ai cittadini costerebbe di meno, che basta il sommare al governo nazionale altri 21 soggetti con potere impositivo (dunque da 1 a 23) per avere la premessa altamente probabile di una "nera pioggia" di tasse. Quantomeno perché, come ben dimostra la spesa sanitaria regionale, con il federalismo saranno ancora più forti di oggi le tentazioni di avere il consenso di lobby distribuendo denaro pubblico.
Cosa che, di solito, conta per la rielezione più dei relativi costi tributari, meno concentrati perché (lo ricordano la Teoria della scelta pubblica e il buonsenso) spalmati sull'universo dei contribuenti. Poi, se la rabbia degli "spremuti" sarà alta i Palazzi regionali se la potranno prendere (in scala maggiore di oggi) con gli sprechi delle altre Regioni (quasi sempre veri) e con il "solidarismo fiscale" del Nord per il Sud. Insomma, il federalismo si annuncia, per l'Italia, come una tempesta perfetta. Che, forse, in fondo è ciò che vuole la Lega. Una volta in Italia c'era la Destra. Finché è esistita si è opposta a quella che potremmo chiamare la madre dell'attuale federalismo: cioè la riforma regionale degli anni '70 del '900. Ne temeva, già allora, minacce per l'unità nazionale intuendone le derive prima conflittuali, poi secessioniste. Qui la Sinistra, e continua oggi, rifiutò di vedere e capire. Pagandone un alto prezzo; che continua. Ma anche dal lato fiscale i "centralisti" del tempo ebbero lo sguardo lungo. Infatti, è dalla riforma regionale di allora - con i il relativo sovrapporsi di burocrazie - che la finanza pubblica italiana è deragliata. Ed oggi ci sono tutte le premesse per fare peggio. Quindi con ragione il quotidiano il Riformista si chiede allarmato: "Quante nuove tasse ci costerà il federalismo?".
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