CHI FERMA LA MAREA
I giudici sono tornati in televisione. Sono tornati per spiegare le loro ragioni, ma anche per appellarsi direttamente all’opinione pubblica e trarre da essa la loro legittimità, più che dalla legge o dalla fondatezza delle loro inchieste. Come nel ’92.
Ancora una volta alla presenza di Santoro, che non segue certo la linea del vaffa, ma che sembra metterne in scena una filosofia di fondo non lontana. E l’Italia, ancora una volta, è percorsa dalla rabbia oltre che dalle indagini, che hanno come bersaglio soprattutto la politica, i politici, i partiti. E dato che al governo c’è il centrosinistra, che ha anche commesso degli errori, è soprattutto questa coalizione che viene colpita dall’urto dell’insofferenza dell’opinione pubblica.
Il comune denominatore di queste manifestazioni sembra uno: la radicale delegittimazione della politica. Non è che i cittadini abbiano torto quando manifestano delusione e frustrazione per risultati che non ritengono all’altezza delle loro aspettative. Anzi, hanno molte ragioni. Ma può un Paese moderno, complesso, inserito in un mondo competitivo dove lo sviluppo si conquista giorno dopo giorno, reggere con l’antipolitica che deborda, per quanto valide siano le sue giustificazioni? Con il trascorrere del tempo l’insofferenza si trasforma in delusione, la delusione in rancore sociale. Si vede che il rischio sempre più vicino non investe solo la credibilità delle istituzioni, ma la stessa capacità della nostra democrazia di offrire soluzioni a problemi irrisolti da anni.
Governi il centrosinistra o il centrodestra. In gioco non può esserci solo il costo di una politica che, a volte, sembra rinchiudersi nel Palazzo e respingere con ottusa sordità le domande che provengono dalla gente. C’è anche questo. Ma la questione da porsi è chi e come ferma una marea che sale e che, alla fine, minaccia di danneggiare proprio coloro che protestano, i cittadini. L’aria di giustizialismo che torna a circolare con i pm che riappaiono negli studi televisivi e le piazze che rumoreggiano, non possono non impensierire sul destino dell’Italia.
Non c’è in palio solo un cambio di governo o di maggioranza. C’è la capacità della società civile e della classe politica di ritrovare una sintonia. Di colmare la frattura che si è aperta. Quando migliaia di cittadini partecipano alla delegittimazione della politica e dei suoi strumenti costituzionalmente previsti, solo chi è miope non si accorge del malessere profondo che pervade la nazione. Grillo è un comico, Santoro un giornalista tv, ma quando le loro parole e le loro azioni vengono accolte da molte persone come se fossero nuove direzioni politiche strategiche da applicare subito, lo scenario muta. Questa, dunque, sembra la posta oggi: raccogliere una domanda apparentemente distruttiva dell’opinione pubblica, una voglia di azzerare le cose, per essere in grado di guidarla verso una prospettiva di cambiamento, di rinnovamento del Paese.
Chi riuscirà a svolgere questo ruolo diventerà, forse, l’interlocutore maggioritario dell’Italia. Non si tratta, quindi, di ribattere a Grillo che il suo è qualunquismo o, al contrario, di difendere i privilegi della casta come se nulla fosse accaduto. Si tratta di assumere un ruolo di guida rispetto alla pressione che arriva dalla società. La sfida non è di cedere alle spinte estremistiche o ai nuovi comizi televisivi, ma al contrario di comprenderne il senso profondo, di saperli indirizzare verso un approdo che sia democratico, partecipativo. Detto in altri termini: si tratta di costituzionalizzare questa insorgenza antipolitica. Ma chi si candida a compiere questa operazione? Il Pd, quasi per un segno del destino, sta per nascere nel pieno di questa temperie.
Ma anche nel centrodestra si tratta di vedere se esistono forze, uomini, che sanno scegliere tra il rincorrere o no questa voglia girotondina che si autoassegna la missione salvifica di purificare la politica e le istituzioni. Chi insegue forse ha il destino segnato; chi tenta di demonizzare o esorcizzare l’ondata altrettanto. Ancora una volta, il problema è comprendere che cosa si ha davanti e come rispondervi in modo che il risentimento giustificato della gente possa mutarsi in una forza rigeneratrice della nostra democrazia. Per questo l’emergenza oggi non è solo compiere le mosse giuste dal punto di vista della politica economica o sociale. Anche questo. Ma in una società in cui la politica simbolica è diventata centrale, è necessario dimostrarsi capaci di scelte che riformino nel profondo la politica per ri-legittimarla agli occhi dei cittadini.
Da questo punto di vista, il contrasto che sembra dividere Prodi da Veltroni sulla riduzione dei ministeri si rivela strategico. Prodi sembra frenare sulle proposte di Veltroni. Teme, probabilmente, che possa diventare una manovra rischiosa per gli equilibri dell’esecutivo. Guarda con apprensione all’ipotesi di una crisi pilotata, che si sa come comincia, ma non come finisce. Non vuole apparire un capo di governo a sovranità limitata. Tutte preoccupazioni comprensibili, ma che hanno il difetto di non rispondere alla marea dell’antipolitica, privilegiando l’imperativo del durare a quello del riformare. Veltroni, invece, capisce che il Pd dovrà definire subito dopo il 14 ottobre la sua identità e la sua leadership. Sembra consapevole che il nuovo soggetto o è capace di avviare un’operazione di recupero del consenso perduto, o non è. Avverte che il Partito democratico rappresenta una delle possibilità per arginare la marea dell’antipolitica.
Il Pd , infatti, ha una carta da giocare: è vero che appare più spesso del necessario il rifugio di una nomenklatura in disarmo, ma la costruzione del partito dal basso, la mobilitazione spontanea di cittadini che richiede, possono essere un antidoto al malessere del Paese. Tuttavia, Veltroni sa che questo certificato di nascita è insufficiente. Che per lenire il rancore occorrono decisioni, gesti, scelte coerenti e coraggiose. Atti che possano essere immediatamente percepibili da un’opinione pubblica stanca di una casta che sembra pensare a sopravvivere più che a modernizzare l’Italia. Segnali forti che abbiano il valore di svuotare della loro carica dirompente gli atteggiamenti populisti. Forse questo vuole raccontare Veltroni all’Italia: il ritorno di una politica autenticamente popolare, moderata, seria, trasparente alla gente che invoca una politica nuova.
Se il Pd nascerà sostenuto da una forte mobilitazione, Prodi non potrà non tenere conto di questo messaggio. Non potrà non comprendere che la definizione della missione e della struttura del governo non può essere affare esclusivo del capo del governo, ma anche un diritto-dovere del suo primo azionista. E a destra? Si fa largo una consapevolezza che faccia emergere un soggetto, una classe dirigente che, dal fronte opposto, possano offrire all’Italia un progetto? Per ora Berlusconi sembra ossessionato dalla rivincita. Ripete un solo ritornello: tornare a votare. Dice no alla riduzione dei Parlamentari, dice no a una nuova legge elettorale che sostituisca l’attuale, causa dell’ingovernabilità del Senato. Si capisce il suo calcolo: oggettivamente il malcontento che serpeggia rischia di ingrossare le file dello schieramento dell’opposizione.
Scommette ancora sul voto contro i «comunisti». Perché muoversi se non per facilitare la caduta di Prodi e trarne profitto? Berlusconi fa i suoi interessi. Ma non è detto che coincidano con quelli del Paese, dato che il viluppo dei nodi irrisolti rimarrebbe intatto. Non a caso l’atmosfera di oggi ricorda da vicino quella del ’92. Del resto, nell’infinita transizione l’Italia non è mutata molto. Cdl e Unione si sono alternati al governo, ma non siamo usciti dall’inerzia. Forse è ora di stabilire chi deve indicare l’agenda del Paese. Una politica capace di cambiare? O gli ultimi rappresentanti della sfiducia? Fino a quando non ci sarà una vera risposta, difficilmente la crisi della politica si risolverà.
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