La cabinovia di Trieste come il Ponte sullo Stretto: «Mai valutate alternative»

Il Comitato rilancia il ricorso al Tar Lazio: «Il verdetto della Corte dei Conti sull’opera di Messina è un precedente per il Comune danno erariale»

Un corteo dei No ovovia
Un corteo dei No ovovia

di Francesco Codagnone

Un’opera di ambigua utilità, che non comporterebbe benefici alla salute pubblica, non tali da giustificare i danni che i suoi piloni arrecherebbero a un sito Natura 2000, contestata dai residenti e in ultimo fermata dalla giustizia.

No, non stiamo parliamo della cabinovia sul bosco Bovedo ma del Ponte sullo Stretto di Messina, l’infrastruttura simbolo di Matteo Salvini e recentemente bloccata dalla Corte dei Conti, con argomentazioni del tutto analoghe alle criticità già evidenziate nelle cinque sentenze del Tar del Friuli Venezia Giulia contro l’impianto a fune.

Motivi che ora potrebbero influenzare anche l’esito di un sesto ricorso, tuttora pendente al Tar del Lazio contro il decreto del Mit per lo stanziamento dei 48,8 milioni sostitutivi al Pnrr. Atto che, se annullato, lascerebbe la cabinovia senza un centesimo e tutta a carico del Comune, già costretto ad anticipare una parte consistente delle risorse, tuttora incerte.

Cabinovia di Trieste, il Comune anticipa i fondi ma sull’avvio non ci sono certezze
L’assessore al Bilancio Everest Bertoli (Silvano)

Il complesso quadro di norme e carenze che lega le due opere a matrice leghista è ricostruito dal Comitato No Ovovia, tornato a riunirsi al Circolo della Stampa a pochi giorni dalla seduta in cui il Consiglio comunale, martedì prossimo, dovrà valutare se ratificare o meno la variazione di bilancio urgente spinta dall’assessore Everest Bertoli per sanare la situazione contabile dell’opera.

L’appalto assegnato a Leiter vale in tutto 62 milioni, di cui 48,8 milioni inizialmente coperti dal Pnrr ma poi revocati alla luce dei danni ambientali che la cabinovia avrebbe arrecato al Bovedo. Il Mit era così intervenuto con decreto ministeriale 334 del 2024, assegnando all’impianto 48,8 milioni da fondi statali, per quanto poi pianificati appena in otto rate tra il 2027 e il 2034.

La cabinovia, in altre parole, risulta appaltata ma priva di liquidità immediata, costringendo il Comune a far slittare il cronoprogramma dei pagamenti tra il 2026 e il 2029, così da poter contare almeno sulle prime tre rate da circa 18,8 milioni, e anticipare i restanti 30 milioni da risorse proprie, appunto in attesa dei contributi statali.

Meno fondi per edilizia, verde e mercati: così il Comune di Trieste anticipa le rate della cabinovia
Un render della cabinovia con la cabina in partenza dalla una delle quattro stazioni previste

Questi però potrebbero non arrivare mai. Sul decreto ministeriale che in principio cambiava le fonti di finanziamento della cabinovia pende tuttora un ricorso al Tar del Lazio presentato dai residenti a rischio esproprio con l’avvocato Andrea Reggio d’Aci, oggi fiduciosi che i recenti avvicendamenti messinesi provino una volta di più l’illegittimità del “decreto Salvini”.

Ripercorrendo l’atto, i 48, 8 milioni persi dal Pnrr venivano riassegnati alla tranvia Sir 2 di Padova, e le risorse ministeriali già stanziate per quest’ultima in parte dirottate appunto alla cabinovia, senza che però questa – sostiene il Comitato – avesse mai avuto diritto a beneficiarne. I fondi in origine assegnati a Padova derivavano infatti da un bando Mit scaduto a gennaio 2021 per opere di “trasporto rapido di massa a impianti fissi” per il quale il Comune di Trieste non aveva però mai completato la domanda di iscrizione, a differenza di Padova con il suo tram, rientrato in graduatoria. Ma non solo. Anche laddove avesse presentato i documenti richiesti fuori termine, il Comune di Trieste avrebbe dovuto sottoporre al Mit una serie di alternative progettuali all’impianto, visto il suo impatto ambientale su un sito protetto dalla normativa Habitat.

Alternative di cui «il progetto risulta però carente», sostengono i ricorrenti, evidenziando come la stessa carenza sia alla base anche della bocciatura da parte della Corte dei Conti al Ponte sullo Stretto. Anche nel caso di Messina, infatti, proprio come la cabinovia l’infrastruttura andrebbe a incidere su siti ambientali Natura 2000 e, pertanto, potrebbe essere realizzata solo con precise condizioni. Tra queste la presenza di motivi imperativi di interesse pubblico – punto sul quale il Tar del Fvg ha già bacchettato la cabinovia, annullandone Vinca e Vas – e appunto la dimostrazione che non esistono alternative meno dannose per i siti interessati. Passaggio eluso tanto per il Ponte sullo Stretto, anche per ciò fermato dalla Corte dei Conti, tanto – sostiene il Comitato – per la cabinovia, che ora potrebbe subire un nuovo stop dal Tar del Lazio.

Cosa accadrebbe, se il ricorso contro il “decreto Salvini” venisse accolto? In tal caso i 48,8 milioni statali verrebbero del tutto ameno, e il Comune non solo si ritroverebbe con 30 milioni già congelati come anticipo per l’opera ma – se volesse andare avanti – dovrebbe reperire anche i rimanenti 18,8 milioni, destinandoli a un opera tuttora priva di conformatà urbanistica e di permessi ambientali. Tutto ciò senza contare che il quadro economico dell’appalto a Leitner fu approvato nella primavera 2023, e da allora è con ogni probabilità lievitato visto l’aumento dei costi.

All’epoca, peraltro, per coprire le spese il Comune aveva fatto richiesta per i restanti 13,2 milioni al “Fondo opere indifferibili” messo dal governo a integrazione del Pnrr, poi esteso anche ad altre opere: la cabinovia è ancora indifferibile? Questi fondi ci sono ancora? Bertoli – come ribadito in Commissione – assicura di sì, ma per al Comitato restano dubbi, tanto che nell’ultima variazione di bilancio «si fa cenno alla necessità di un’apposita verifica al ministero competente: è evidente – annota il Comitato – che la spesa da sostenere a carico del Comune potrebbe essere di gran lunga superiore a quella presunta».

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