Emma d’Aquino: «Racconto il lato umano dei criminali senza cadere in facili giudizi»

La conduttrice del Tg1 presenta il suo libro su Nino Marano



«Mi sono imbattuta in Nino Marano nel 2005, quando l’ho conosciuto casualmente all’Ucciardone mentre lavoravo a un approfondimento per il settimanale del Tg1. Mi è sembrata una persona interessante dal punto di vista umano e con una storia straordinaria, perciò quando due anni fa ha ottenuto la libertà condizionale l’ho ricontattato: è stato semplice incontrarci, perché anche lui non mi aveva dimenticato». Emma d’Aquino, cronista e celebre volto del Tg1, inattes di condurre la serata “I Nostri Angeli” per Rai Uno, racconta così la genesi del suo primo libro, “Ancora un giro di chiave. Nino Marano. Una vita fra le sbarre” (Baldini&Castoldi 2019), che presenterà a Link domenica, alle 16. 30 con Luigi Pagano, provveditore dell’amministrazione penitenziaria lombarda, in un incontro moderato da Roberto Vitale. “Ancora un giro di chiave” narra la vita di un uomo, Marano, entrato per la prima volta in carcere nel’65 per aver rubato melanzane, peperoni, la ruota di un’Ape e una bicicletta e rimasto dietro quelle sbarre per 49 anni, dopo essersi trasformato in un assassino. «È la prima volta che mi cimento nella scrittura di un libro - dice d’Aquino -: volevo raccontare questa storia nei dettagli, che la sintesi televisiva spesso è costretta a sacrificare. Ma chi l’ha letto dice che scorre come un film, perciò forse ho trasferito il mio modo di ragionare per immagini alla scrittura», sottolinea D’Aquino, E aggiunge: «Nino è entrato in carcere negli anni’60, credo che molto di ciò che gli è capitato sia stato indotto dal contesto, anche se la possibilità di fermarsi c’è sempre e lui l’ha capito molto tardi».

Che messaggio vorrebbe rimanesse a chi legge questo libro?

«Vorrei che passasse il messaggio che ho cercato di trasmettere con il mio metodo di lavoro: non bisogna fermarsi alle apparenze, ma confrontarsi con le storie umane senza giudicarle, perché esiste sempre la possibilità di cambiamento e redenzione».

Tratta spesso storie di cronaca nera. Perché è importante raccontarle?

«Ho seguito molti processi e trattato molti casi di omicidio: è il mio lavoro raccontare i fatti».

Non crede che il giornalismo ne faccia un uso smodato?

«Probabilmente sì, e non sempre i dati confermano un interesse prioritario degli spettatori a questi temi. Ma credo più che altro che le storie di nera andrebbero raccontate in modo diverso, con meno attenzione agli aspetti morbosi e più enfasi su quelli umani, che ogni fatto di cronaca porta con sé. Come nel caso di Marano, per esempio, molti criminali hanno alle spalle storie d’infanzia negata: per raccontare bene una storia è necessario scavare nelle vite dei suoi protagonisti». —

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